Aborto spontaneo – Mamme per sempre, di un bimbo non nato

L’aborto spontaneo è un fatto molto frequente, soprattutto nelle primissime settimane: spesso si tratta di una questione di selezione naturale, per cui gli embrioni malati non proseguono il loro percorso verso la nascita.

Si suppone – essendo un dato non censibile – che una donna su quattro abbia dovuto fare i conti con la perdita di un figlio nelle prime 12 settimane di gestazione. L’aborto spontaneo passa talvolta irrecensito (può sembrare semplicemente un ritardo del ciclo mestruale), mentre talvolta viene rimosso (… anzi la cultura femminista da decenni tende a banalizzare e minimizzare: “tanto era un grumo di cellule…”. E negare la perdita impedisce una sana elaborazione del lutto). Raramente un aborto spontaneo avvenuto in una fase così primordiale raggiunge la neocorteccia, che è lo strato più esterno del cervello, quello che si occupa dell’attenzione, della pianificazione, del linguaggio e della coscienza: in questo caso la donna si trova a dover elaborare un lutto perinatale, cui va a sommarsi il rischio dell’assunzione di colpe per quella morte avvenuta nel suo grembo.
Aborto spontaneo: una relazione che si interrompe

Eppure, qualsiasi sia il vissuto della donna rispetto all’aborto spontaneo, si tratta sempre e comunque di una perdita: mamma e figlio sono infatti in relazione fin dal primo istante, con il corpo – e anche il cervello! – della donna che mette in atto diverse azioni per accogliere al meglio la nuova creatura (che ha il 50% del patrimonio genetico differente da lei ma che, nonostante questo, non viene “rigettata”) e con l’inizio di un fitto dialogo basato sulla reciprocità: questo fenomeno viene definito dagli studiosi “cross talk”, “linguaggio incrociato”, ossia una comunicazione non verbale, ma fatta di stimoli e di risposte.

I primi attimi, le prime ore e i primi giorni di vita di una nuova creatura spesso sono – purtroppo! – noti solo agli esperti: ai ginecologi, alle ostetriche, ai neuroscienziati, o a coloro che si occupano di psicologia perinatale… La gente comune ignora le fasi che seguono il concepimento. Nonostante questo, tutti sanno (anche se magari faticano ad ammetterlo) che fin da subito succede qualcosa: quante donne sapevano di essere incinte molto prima di fare il test di gravidanza?

Quando c’è un aborto, seppure spontaneo, la relazione tra mamma e figlio si rompe in maniera improvvisa. E «questa relazione viva – si legge su Il Parto positivo – si può piangere e si deve onorare. E il dolore della perdita, inevitabile, può imparare a convivere con l’orgoglio e l’onore per un pezzo di strada condiviso. Non solo emotivamente, ma anche davvero fisicamente. Si è interrotta, ma era: una relazione e comunicazione. Con un organismo cellulare piccolissimo, certo; in modi e in tempi specifici, certo; però nel suo buio minuscolo un organismo vivo è stato in relazione e in comunicazione. E molto di più. Ha condiviso ogni risata e ogni malumore: a livello chimico e non verbale, ma lo ha condiviso».

Un lutto perinatale può rimanere una ferita aperta, sempre sanguinante, oppure può diventare quella cicatrice che rendere la donna più forte: la scelta sta alla mamma, e a chi può aiutarla.

Teresa Moro



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