Al di là del carcere

di Maria Araceli dott.ssa MELUZZI

Se Voltaire affermava che il grado di civiltà di una Nazione può essere misurato guardando alla condizione delle proprie carceri, il modello cui facciamo riferimento ad oggi sembra essere ancora troppo lontano da ogni nota di umanità.

Nonostante le numerose attività che le case circondariali offrono ad oggi ai detenuti, spesso sotto l’impulso di solidali associazioni di volontariato e grazie al lavoro di competenti Direttori delle Case circondariali stesse, chiunque vi abbia varcato la soglia ha come la netta percezione di trovarsi di fronte ad un luogo per così dire improprio. Forse troppo spesso ci si accorge inesorabilmente di un luogo in cui pare essere data una risposta superficialmente generica ed indifferenziata a soggetti che invece presentano una costellazione di situazioni, di bisogni e di percorsi personali senza dubbio variegati e totalmente diseguali.

Nelle nostre strutture carcerarie convivono soggetti che soffrono di disturbi di personalità di così vario genere che spesso, se un soggetto non è portatore di disagio mentale, purtroppo inevitabilmente lo diventa. Analizzando lo stato attuale nel suo complesso, esisterebbe quasi una sorta di danno somatico-psichico che proviene dal mondo del penitenziario. Le centinaia di suicidi che avvengono in carcere sono l’indicatore sociale più evidente del disagio vissuto all’interno delle mura carcerarie, per non ricordare inoltre di come l’abbruttimento dell’ambiente divenga poi quasi pena accessoria alla privazione della libertà nonché peraltro danno anche per chi lavora al suo interno. Si oserebbe sostenere pressoché una legge implicita che prevede una pena aggiuntiva, legata all’afflittività della pena stessa, che andrebbe ad incidere dunque sulle condizioni di salute e sulla dignità dei condannati e che finisce con l’essere capace di produrre segnatamente su tutti profonde lesioni psichiche e addirittura fisiche che poco si discostano da quella “morte legale” di beccariana memoria, quasi di tortura, che tanto si è combattuta nel passato.

Se la nostra Costituzione, in primis, ci insegna che si deve tendere verso la rieducazione del condannato, allora è forse giusto iniziare a proporre nuove prospettive offrendo concretamente un’alternativa vera, reale e tangibile. La linea guida in questo iter tortuoso di ricerca di nuove possibilità di vera rieducazione e risocializzazione del condannato risiede non più in là delle parole che già riecheggiano gravi nel nostro dettato normativo nonché in quelle dal mondo del Sociale, in particolare nella declinazione di quel terzo settore che da lungo tempo ha cessato di svolgere una funzione puramente integrativa e vicariante, rispetto all’offerta generalista ed onnicomprensiva del Servizio sanitario nazionale. L’ipotesi extramuraria centralizzata ad una Welfare community ove si inseriscono e prevalgono elementi di sussidiarietà e valorizzazione dell’associazionismo self-help, quale quello di corpi intermedi della cooperazione sociale e in generale di soggetti a gestione privata che esercitano ed offrono, in un regime di accreditamento, con costanza e regolarità funzioni di considerevole utilità sociale, favorirebbe una risposta più appropriata e sensibile a domande via via emergenti tra le questioni della giustizia e quelle della tutela della salute e benessere mentale degli individui e della collettività, fuori e dentro il carcere.

 

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