Alle origini della nostra civiltà : l’affresco di Manfredino di Pistoia

L’analisi dello storico Franco Bianchi

L’affresco di Manfredino di Alberto o di Pistoia, custodito presso il Museo di Sant’Agostino di Genova, che è stato recentemente ricordato nella rubrica “Alle origini della nostra civiltà” dall’amico Christian Flammia, merita alcune annotazioni. Non si intende qui ripetere i begli studi sull’autore e sui suoi collegamenti con Cimabue. Chi è a questo giustamente interessato può leggere i lavori di Toesca o, per un altro approccio, di Donati, per non parlare delle suggestioni di Luxoro e del bel lavoro di Conti. Qui in realtà si vuole proporre una lettura dell’affresco dal punto di vista delle suggestioni che se ne possono trarre. 
Intanto possiamo dire che l’affresco si inserisce in epoca di trasformazione tra la pittura bizantina propriamente detta e l’affacciarsi di quelle trasformazioni, nell’arte, che renderanno testimonianza del progressivo sostituirsi dell’immagine dell’uomo a quella di Dio, trasformazioni che porteranno infine all’umanesimo e al rinascimento. 
Cosa c’è in questo affresco che si distanzia dalla pittura bizantina dei periodi precedenti che pure resta, in molti particolari, come cifra di base? Intanto la raffigurazione della città nella parte alta. Il dipinto abbandona le atmosfere dorate e rarefatte della religiosità bizantina e fa entrare prepotentemente la vita quotidiana nella narrazione pittorica. Pur nella semplicità delle figure e dei gesti, non si può inoltre non notare la figura di San Pietro intenta a cibarsi di fronte ad una tavola imbandita riccamente e dotata di molte suppellettili, estremamente realistiche, che narrano l’epoca di Manfredino (1292), ovviamente, più che quella in cui è avvenuta realmente la cena. San Pietro è colto mentre porta il cibo alla bocca e, contemporaneamente, come accade nella normalità, svela la sua essenza umana nell’essere impegnato in una conversazione con il commensale alla sua sinistra. Si notino anche le figure, diverse per età, tratti e vestiti, che sono ai due lati della figura di San Pietro: hanno entrambi un coltello in mano e fanno il gesto di raccogliere il cibo (pane?) sulla tavola e si suggerisce che di li a poco taglieranno una porzione per poi consumarla. In sostanza una scena di viva normalità in cui il senso del divino, a questo livello, è consegnato solo nelle tre aureole che circondano Gesù, Maria e Pietro. Di solito questi affreschi e qui a maggior ragione trattandosi di una bottega, quella di Manfredino, di non primaria importanza, sono ‘diretti’ da un teologo. Che cosa rappresenta la scena, dunque, da questo punto di vista?  L’affresco prende in effetti diversi nomi: “La cena in Emmaus”, “Cena in casa di Simone il fariseo” (Zeri) e “Conversione della Maddalena” (Conti). In sostanza il riferimento è per tutti, probabilmente Giovanni 12 (1-8) anche se l’episodio viene ricordato, con delle differenze, anche in Marco 14 (3-8), in Matteo 26 (6-12) e in modo alquanto difforme da Luca 7 (36-44). Bisogna ricordare che in Marco e Matteo l’unzione con il nardo (messa in evidenza dal flacone posto all’estremo sinistro della tovaglia) avviene con versamento dell’unguento sul capo di Gesù, mentre in Giovanni e Luca l’unzione è limitata ai piedi e, narrano i due Vangeli Canonici, accompagnata dalle lacrime di Maria e dall’asciugatura degli stessi piedi con i capelli. Al di la dei significati teologici di questi gesti, si osservi la figura di Maria ai piedi di Gesù, sdraiata e in atteggiamento penitente e ritratta con modalità che indicano nuovamente un passaggio tra l’antico tratto bizantino e quello più recente. Chi è questa Maria? La questione può sembrare bizantina a sua volta, perché la maggioranza dirà senza dubbio che si tratta di Santa Maria Maddalena ma, in effetti cosa dicono davvero i Vangeli Canonici? Marco e Matteo parlano genericamente di una donna senza dirne il nome, Giovanni e Luca parlano di ‘Maria’ ma senza altre specificazioni. Nei Vangeli Canonici, la figura di Maria Maddalena assume un’importanza particolare e viene citata quasi unanimemente solo nel momento della resurrezione di Gesù e anche qui con diverse sfumature e una lunga serie di ipotesi difformi tra di loro. A questo fa eccezione solo Luca (8, 2) che cita esplicitamente una Maddalena dalla quale erano usciti sette demoni. In sostanza nulla ci dice che la penitente ai piedi di Gesù, pur essendo, nell’affresco, una santa come dimostra l’aureola che le circonda il capo, sia Maria Maddalena, ma semplicemente una Maria. Potrebbe dunque essere Maria di Betania, venerata anch’essa come santa e considerata la sorella di Lazzaro. La lettura dei Vangeli Canonici non ci autorizza a dire di più. Come nasce dunque l’identificazione di questa figura con quella della Maddalena? La ‘colpa’ per così dire sembra essere di Gregorio Magno che, in un sermone del 591 e.v., sulla scorta di tradizioni orientali identificò la penitente con Maria Maddalena. Il Concilio Vaticano II ridiscusse questa identificazione. Del resto la figura della Maddalena, da sempre, è al centro di appassionate discussioni che qui sarebbe lungo riprendere. Basti ricordare che lo stesso San Girolamo era fautore dell’interpretazione del termine Maddalena non quale richiamo al luogo d’origine della Santa (Maria di Magdala), ma intendeva il termine come una derivazione dall’aramaico ‘magdal’ che significa ‘torre’ e indicherebbe, dunque, l’importanza di questa donna all’interno dei discepoli. 
E si potrebbe procedere trovando le differenze tra la figura di Giuda iscariota e di Simone il Fariseo, ma siamo già stati abbastanza lunghi.

Franco Bianchi



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