Alle origini della nostra civiltà : un manoscritto del ‘700 sull’eresia

L’analisi dello storico Franco Bianchi 

Per la rubrica ” Alle origini della nostra civiltà”, studiamo e commentiamo un inedito manoscritto del ‘700 sull’eresia. Lo facciamo insieme allo storico Franco Bianchi, consulente del Parco delle Alpi Liguri.
“Premessa: per comprendere questo testo che in effetti riassume il significato di eresia dal punto di vista della Chiesa Cattolica, occorre un minimo di basi.
Il termine eresia deriva dal greco per il quale significa in generale ‘proposta, inclinazione verso qualcuno e qualcosa’. Gli alessandrini cominciano ad intendere eresia come ‘setta’ indicando un concetto negativo applicabile a credenze filosofiche o religiose (Giuseppe Flavio – una delle fonti ‘esterne’ per le vicende legate al cristianesimo delle origini, lo comincia ad usare solo in questa accezione). Il termine tuttavia (per esempio nelle lettere di Paolo) non è ancora così definito come nel testo in esame e, comunque mi pare mantenga ancora il senso di setta e non di errore. Ci vorranno I padri della chiesa e Tommaso d’Acquino che, lo scrivo per farmi capire e dunque con una precisione discutibile, renderanno l’eresia come errore. 
Bisogna, per comprendere bene la questione, sapere che il cristianesimo delle origini è in realtà molto distante dall’essere stato (come normalmente si pensa) periodo in cui tutto era bello e si comprendeva la pura essenza dell’insegnamento di Cristo. Dal ‘700 in qua si è compreso (anche se questa cosa purtroppo è confinata agli studiosi del fenomeno storico) che le origini del cristianesimo sono state in realtà molto contrastate con opinioni diverse e talvolta radicalmente opposte. Questa situazione portava a continue lotte, tradimenti e, appunto, accuse di eresia che mano a mano si trasforma in errore da punire. Solo nel IV secolo di questa epoca (età di Costantino Imperatore e del concilio di Nicea che fissa il credo che i cattolici recitano ancora oggi) possiamo dire che vince la forma di cristianesimo tuttora professata. Il più famoso libro che combatte le eresie (non l’unico) è forse “Contro le Eresie” di Ireneo di Lione (si crede nato a Smirne nel 130 e morto a Lione nel 202 entrambe e.v.)

Il testo che mi è stato sottoposto, di fatto, rende l’idea della complessità teologica della questione. Ci troviamo di fronte ad un autore che vuole fare una specie di sunto finale della questione ‘eresia’. Qui troviamo la definizione classica: “nel giudizio erroneo circa la regola di fede, deliberatamente cercato e accettato, sta il peccato di eresia”.  

Perché queste precisazioni? Perché il codice canonico stabilisce differenze tra:
– Eretico: chi dopo essere stato battezzato nega qualcuna delle verità di fede o ne dubita
– Apostata: Se recede totalmente dalla fede
– Scismatico: se rifiuta di sottostare al Papa

Tutto qui? No. Infatti il testo si occupa di eresia secondo la trattatistica ecclesiale e allora dice:

L’eresia può essere:
a) Interna: quando chi ha dubbi li tiene per sè
b) Esterna: quando chi ha dubbi li manifesta ad altri. 

Ma ovviamente non basta in quanto avremo
– Un’eresia esterna occulta quando il dubbio è manifestato a pochi o in segreto
– Un’eresia esterna pubblica quando è manifestata a tutti.

Finito? No!
C’è infatti la questione dell’eretico formale e dell’eretico materiale, rispettivamente colui che nega articoli di fede avendo l’intenzione di farlo o senza l’intenzione di farlo. 

Quindi nel testo abbiamo tre esempi che intenderebbero semplificare le questioni e abbiamo dunque:
a) Sempronio che non crede e non da segnali esterni della sua eresia
b) Alessandro che non crede e manifesta i suoi dubbi per iscritto e solo per se stesso
c) Paolo che non crede e manifesta i suoi dubbi solo ai suoi amici

Tutti e tre, in qualche modo, vengono assolti quali eretici materiali a patto che non divengano ‘pertinaci’ e che i loro dubbi non siano base per uno scisma o perché conducano all’apostasia. 

Perché tutte queste sottigliezze specie per una dottrina che noi sappiamo considerare l’eresia uno dei mali assoluti combattuti persino con condanne a morte?

Si può dare la risposta classica che viene data dalla Chiesa e cioè che l’eresia, di per se e nelle forme non pertinaci, non significa necessariamente un delitto, ma un semplice peccato. In sostanza avere dubbi circa gli articoli di fede è in fondo giustificato e, anzi, può essere utile perché consente alla Chiesa di riportare, combattendo l’errore eretico, la verità divina in forma più leggibile per tutti. In sostanza l’eretico di questo tipo è un fratello che cade in errore ed è compito della bontà della Chiesa lavorare per farlo rientrare nel canone. A base di questo ci sono le lettere di Paolo (ricordo che sono i testi più antichi che possediamo sul cristianesimo, più antichi anche dei Vangeli) che sosteneva in sostanza il permanere nello stato di credente anche di colui che errasse in parte dalla verità divina. 

Personalmente ho un’altra risposta. La Chiesa cattolica, formatasi appunto dopo diversi secoli dalla morte di Gesù è il frutto di intense e spesso furiose dispute tra persone che leggevano diversamente gli stessi vangeli e/o i testi che conosciamo come Nuovo Testamento. Anche una breve lettura di questi testi dimostra che, al loro interno e tra di essi, ci sono molte contraddizioni che, prese sul serio, verrebbero anche a negare, per esempio, la divinità di Gesù (è il caso, discusso in maniera non univoca dei vangeli sinottici, mentre Giovanni, che è molto più tardo sicuramente identifica Gesù con Dio). E’ dunque comprensibile che ognuno si potesse fare un po’ il cristianesimo che voleva. Pensiamo al forse troppo famoso romanzo di Brown sul codice Da Vinci che legge in un certo modo un vangelo gnostico). Di più: nel popolo non erudito vi era fortemente radicato il rapporto con la natura e gli spiriti del bosco (ad esempio è il caso delle streghe) al fine di trovare risposte ai problemi anche quotidiani (nascite, malattie, maledizioni, ecc. – cose che peraltro avvengono ancora oggi). Se si fosse dovuto condannare a morte o applicare la scomunica per tutti quelli che avevano dubbi, la Chiesa Cattolica non sarebbe arrivata fin qui. 

Il manoscritto spiega appunto come la Chiesa, nella sua bontà, non giudica i pensieri e non punisce il fatto di pensare (nec punit solas cogitationes) e fa degli esempi di persone che comunque si salverebbero (o potrebbero salvarsi). In fondo non è che l’ennesima contraddizione un po’ furbesca dei teologi: l’eresia è un male assoluto e punibile indipendentemente da tutto, ma se vado a vedere le motivazioni, il modo di fare , l’intenzione ecc, può essere meno grave. Della serie: puoi peccare come ti pare, ma se poi ti penti e magari paghi il dovuto (anche in soldi magari) sei assolto”.

Christian Flammia 



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