Alto Calore, azienda accerchiata perché nessuno ha mantenuto i propri impegni

II 2018 sarebbe dovuto essere l’anno della ripresa. Ricapitalizzazione, stop ai contenziosi e impegno della Regione: su questo i soci si erano impegnati con il voto a fine anno. Ma i maggiori azionisti, da Avellino ad Ariano, hanno intrapreso strade opposte, mentre Regione e Governo si bevono gli impegni sulle reti e sui bilanci. Gli interessi sui debiti schizzano alle stelle e le reti restano a terra: lo spettro del default è sempre più vicino

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Il cronoprogramma degli obiettivi aziendali fissati nell’ultima assemblea del 29 dicembre scorso, ed approvato a maggioranza dai sindaci, era chiaro: i primi mesi del 2018, per l’Alto Calore, avrebbero dovuto segnare l’avvio di una fase nuova.

In quella sede, con l’ennesima operazione verità, il presidente dell’ente, Lello De Stefano, mostrò il disastro dei conti (130 milioni di euro di debiti, una perdita mensile tra i 600.000 e gli 800.000 euro, e annua di 7,2 milioni) e si spinse a chiedere quello che tutti sapevano prima o poi avrebbe chiesto: una ricapitalizzazione della società da parte dei comuni. Accanto a questo (una ventina di milioni) ottenne il via libera dei primi cittadini sulla pianificazione di una serie di investimenti per la riduzione dei costi energetici e delle perdite in rete, per un supporto fattivo della Regione, ed soprattutto un impegno ulteriore dei comuni a stoppare le azioni giudiziarie contro l’Alto Calore.

Al contrario, oggi, quegli impegni sono rimasti tutti lettera morta. Al posto della ricapitalizzazione (per i sindaci non se ne parla nemmeno) sono arrivati i contenziosi da parte dei soci più rilevanti. Al posto degli investimenti, gli slogan della politica e i pignoramenti da parte dei creditori. Il dato, insomma, è più che mai eloquente: di questo passo, la società idrica di Corso Europa avrà vita breve. Il concordato fallimentare, che pure fu paventato da De Stefano come un’ipotesi percorribile, è più che mai vicino.

Nessuno ha fatto ciò che avrebbe dovuto. Oggi Ariano chiede un milione di euro per le manutenzioni attraverso i suoi legali; Avellino circa 4. Il comune sannita di Apollosa approva in consiglio comunale l’uscita dall’Alto Calore. Come hanno documentato le cronache degli ultimi giorni, Eni ha già disposto un maxi-pignorameento da 11 milioni di euro e una società addetta alla manutenzione ha fatto altrettanto con 69 auto aziendali, lasciando di fatto a piedi l’intera azienda idrica.

Dopo i decenni allegri in cui esplodeva il passivo, per effetto delle gestioni centriste e demitiane e poi di quelle di centrosinistra – memorabile l’impennata di assunzioni sotto la presidenza di Enzo De Luca – il debito non ha fatto altro che crescere. Tanto con il centrodestra di Franco D’Ercole, quanto con il centrosinistra dei due mandati di De Stefano. In questi ultimi anni, la Regione ed il governo non si sono mai visti. Se non a chiacchiere.

La maggiore responsabilità dell’attuale presidente dell’Alto Calore, Lello De Stefano, che oggi risulta accerchiato da debiti e problemi che non ha creato lui, è tutta qui: esponente del Pd, non ha saputo, né voluto mai prendere le distanze, tanto da una Regione, quanto da un governo, che non hanno mosso un dito per incidere sulle questioni cruciali della partita: da una parte i debiti e i bilanci; dall’altra le reti idriche.

Se il governatore De Luca non ha sfiorato la vicenda nemmeno a parole, gli impegni irrealizzati del vice presidente, Fulvio Bonavitacola, e della presidente del Consiglio regionale,Rosa D’Amelio, sono tutti documentati nelle interviste concesse a “Orticalab”. Entrambi, a distanza di poco tempo, avevano assicurato nei mesi scorsi la volontà politica di impegnarsi su un grande progetto multimilionario per le condotte. Per la verità, sul punto, era intervenuto anche il presidente della Provincia, Domenico Gambacorta. Lo stesso che, come sindaco di Ariano, cita Alto Calore per un milione. Eppure il grande progetto avrebbe inciso. Non solo sul nodo delle perdite, ma anche sui costi energetici sostenuti dall’Alto Calore. Ma quella volontà politica, evidentemente, non è tale.

Ultimo, in ordine temporale, il consigliere regionale di Mdp, Francesco Todiso, aveva provato a riaprire la partita con un ordine del giorno in Consilio. Chissà oggi in quale cassetto giace.

Stesso atteggiamento da parte dei governi Pd che si sono succeduti. Da Letta a Renzi, fino a Gentiloni, l’azienda che gestisce il più grande bacino imbrifero del Mezzogiorno è stata abbandonata a se stessa, in un lento ma inesorabile declino. In questo assecondando le previsioni più maliziose di chi ha continuato a denunciare le pressioni dei grandi gruppi privati intenzionati a subentrare all’azienda irpino-sannita e magari in tutto il Sud Italia. Né contro Napoli, né contro Roma, De Stefano ha saputo levarsi per tempo e con forza.

E poi, come detto, i sindaci-soci. Ciascuno sul lastrico da ormai 10 anni per i tagli disposti agli enti locali con puntualità eccezionale dai governi che si sono alternati, hanno ormai esaurito anche il tempo e la pazienza. Quindi ecco le prime azioni legali. Da una parte, la mano alzata per approvare i bilanci di una società tecnicamente fallita; dall’altra, i decreti ingiuntivi contro l’Alto Calore, cioè contro se stessi.

Se questo è lo scenario, e all’orizzonte altro non si vede, l’Alto Calore non ha molte chanche di sopravvivenza. Gli interessi sui 130 milioni di euro di debiti sono destinati a crescere in maniera sempre più esponenziale. Perdite in rete, con annessi costi energetici e di manutenzione sugli impianti, pure. In un crescendo di emergenze, l’azienda tirerà a campare. Impossibilitata a candidarsi alla gestione in house in Irpinia e Sannio, mentre l’ipotesi di un’aggregazione con gli altri gestori dell’ambito (Aqp e Gesesa) potrebbe vederla sempre più subalterna.

Il punto resta lo stesso. Alto Calore da sola non potrà salvarsi. O i livelli politici superiori se ne faranno carico, in virtù dell’importanza della partita in una provincia delle aree interne che dà acqua gratuitamente a tre Regioni, o lo tsunami travolgerà tutti i comuni. Il conto dei guasti del passato e dell’inerzia del presente, insomma, è servito. Ed è così salato che non sembra esserci abbastanza acqua per placarne la sete.



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