Ambiente e salute: il punto di vista del Ministero dell’Ambiente

Intervista a Giuseppe Lo Presti, alla guida della Direzione generale per le valutazioni e autorizzazioni ambientali del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare
Ambiente e salute: il punto di vista del Ministero dell’Ambiente

Abbiamo rivolto alcune domande a Giuseppe Lo Presti, alla guida della Direzione generale per le valutazioni e autorizzazioni ambientali del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, competente per il rilascio dei pareri di VIA e dei provvedimenti di AIA per i maggiori impianti industriali. Ha partecipato, sin dal suo nascere, all’attuazione nazionale della disciplina in materia di autorizzazione integrata ambientale ed ha seguito il procedimento AIA di tutte le maggiori installazioni industriali del Paese. Dal 2010 è rappresentante italiano nel Comitato che fornisce alla Commissione Europea parere qualificato sulle conclusioni, vincolanti per i Paesi membri, dei BAT Reference documents (BREF).

In una prossima Arpatnews pubblicheremo la seconda parte dell’intervista.

Un’agenzia come la nostra ha come compito primario il controllo dell’ambiente e la diffusione di informazioni, dati, notizie su di esso. Spesso, però, i cittadini ci chiedono quali implicazioni hanno per la salute i dati che diffondiamo e questo non rientra fra le nostre competenze. Ambiente e salute sono in effetti due “mondi” strettamente connessi ma spesso molto distanti. Secondo lei, che vede la problematica dal punto di vista dell’ambiente, cosa si potrebbe fare per integrare di più questi due mondi?

Almeno teoricamente esiste un unico “mondo” che è l’Ambiente la cui etimologia (latino ambiens, participio presente del verbo ambire, circondare, andare attorno) descrive appieno l’approccio olistico e unitario dello “spazio” che ci circonda e che pertanto comprende tutti i fattori naturali e antropici. Tra questi sono comprese la popolazione e la salute umana, quest’ultima da intendere non solo come “assenza di malattia”, in linea con la definizione più ampia di “salute” sancita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1948.

L’importanza di considerare il nesso tra pressioni ambientali e rischi per la salute umana è stata sottolineata sia dall’UE che dalle Nazioni Unite. È infatti assodato, sia a livello europeo che internazionale, che lo stato qualitativo dell’ambiente, in tutti i suoi aspetti (acqua, aria, inquinamento acustico, produzione ed uso di sostanze chimiche), influenzi in maniera significativa lo stato di salute e il benessere della popolazione.

In particolare il 7° Programma Europeo di azione per l’ambiente “Vivere bene entro i limiti del nostro pianeta”, all’obiettivo n.3 (“proteggere i cittadini dell’Unione da pressioni legate all’ambiente e da rischi per la salute il benessere”), fa riferimento proprio ai fattori di pressione ambientale che sono all’origine del 15% dei decessi nell’area europea:

inquinamento atmosferico generato da trasporti ed emissioni industriali;
qualità delle acque di balneazione e dell’acqua potabile;
produzione e uso di sostanze chimiche;
inquinamento acustico.

Anche le Nazioni Unite nel 2015, nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, hanno indicato, tra gli obiettivi, la riduzione, entro il 2030, del numero di decessi e malattie da sostanze chimiche pericolose e da contaminazione e inquinamento dell’aria, delle acque e del suolo” (target 3.9).

Anche il D.Lgs. 104/2017 ha sostituito, tra i fattori per i quali devono essere descritti e valutati gli effetti diretti e indiretti di un progetto, il termine “uomo” con i termini “popolazione e salute umana”.

Un ulteriore tassello verso l’integrazione dei temi “ambiente e salute umana” è stato introdotto dall’art. 9 della legge 221/2015 (c.d. Green economy), che ha inserito il nuovo comma 5 bis dell’art. 26 del D.Lgs.152/2006, inerente l’integrazione della Valutazione di Impatto Sanitario (VIS) nell’ambito del procedimento di VIA di competenza statale su alcune tipologie di progetti.

Tuttavia, è solo un primo passo verso una concreta integrazione tra ambiente e salute, in quanto l’attuale normativa è parziale ed incompleta e, nella pratica, almeno per quanto riguarda la mie competenze istituzionali, le Valutazioni Ambientali (VAS e VIA) non arrivano ad affrontare in maniera adeguata gli impatti sulla salute umana, in termini di “rischio sanitario” potenzialmente associato a determinate attività antropiche.

È proprio nello spirito di quanto sopra ricordato che ambiente e salute si integrino, sia nella fase programmatica che autorizzativa, questo perché le eventuali “macro criticità sanitarie” dovrebbero in primo luogo essere valutate negli strumenti di programmazione regionale e nei procedimenti VAS e VIA. Anche l’AIA, nel dettare le condizioni di esercizio dell’impianto, secondo le migliori tecniche disponibili, disciplina i presidi ambientali minimi, che nei casi di accertate criticità sanitarie, possono essere implementati con determinazioni delle autorità sanitarie, Sindaco e Ministero della Salute.

In conclusione, le valutazioni e le autorizzazioni ambientali, indirizzate alla prevenzione e riduzione dell’inquinamento dell’ambiente, non escludono l’obiettivo dell’incolumità dell’uomo, ma lo trattano limitatamente ad alcuni aspetti. È quindi auspicabile che ambiente e salute siano integrati con uno strumento normativo ad hoc che indichi in maniera omogenea sul territorio nazionale le metodologie tecnico-scientifiche per la valutazione degli effetti sanitari e ne disciplini il campo di applicazione.

La Valutazione di Impatto Ambientale è da tempo nell’ordinamento del nostro Paese. Ora si inizia a parlare di Valutazione di Impatto Sanitario ed anche di Valutazione Integrata Ambientale e Sanitaria. Vuole chiarirci meglio quali sono i nessi fra questi strumenti e come si può evitare che diventino “concorrenti” piuttosto che modalità per aiutare a prendere buone decisioni?

La VIS è stata introdotta come ulteriore valutazione a carattere specialistico, all’interno della VIA, al momento solo per determinate tipologie progettuali di competenza statale (raffinerie, impianti di gassificazione e di liquefazione di carbone o di scisti bituminosi, rigassificatori di GNL, centrali termiche e altri impianti di combustione con potenza termica superiore a 300 MW).

Questa disposizione in vigore dal 2015 è stata integralmente confermata nella nuova disciplina sulla VIA introdotta dal D.Lgs. 104/2017, così come è stata confermato che la VIS deve essere predisposta dal proponente secondo le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità che dovranno essere “adottate con decreto del Ministro della salute…” non previsto dalla norma previgente.

Il previsto decreto ministeriale rafforza la valenza di questo strumento nazionale riconosciuto dalla massima autorità in materia di Salute. In attesa dell’emanazione del decreto ministeriale, le linee guida per la VIS sono state già predisposte dall’Istituto Superiore di Sanità (Rapporto Istisan n.17/4) e costituiscono, ad oggi, il documento di riferimento da utilizzare per la predisposizione della VIS nell’ambito della procedura di VIA.

Pur riconoscendo le attività, i progetti, le iniziative, i documenti tecnici prodotti in materia di VIS da diversi soggetti (competenti strutture regionali, ARPA, ISPRA), le disposizioni di legge ad oggi vigenti a livello nazionale sulla VIS e gli strumenti per effettuarla sono quelli appena citati.

Ritengo che la strada per “prendere buone decisioni”, aggiungerei “…a valle di buone conoscenze e valutazioni…” debba essere il più possibile unitaria e condivisa, soprattutto su un tema così sensibile e di interesse comune come la salute pubblica. È opportuno coordinare e integrare le conoscenze e le competenze, anziché disperderle rischiando di fare ottimi lavori a scopo accademico ma scarsamente operativi ed applicativi e quindi efficaci.

L’unico metodo possibile per evitare che diventino “concorrenti”, ovvero creino confusione, è il rispetto delle regole e dei previsti ambiti, anche attraverso la presenza di un centro di riferimento nazionale ambientale/sanitario di riconosciuta autorevolezza che possa definire e poi vigilare sull’omogenea applicazione dei criteri.

Da ultimo occorre chiarire il campo di applicazione di tali strumenti, che per ora è normativamente previsto solo per i progetti civili e industriali nuovi (peraltro per i progetti industriali esclusivamente VIA statali di centrali e raffinerie nuove o impianti nuovi installazioni esistenti) e per le AIA “strategiche” (ad oggi soltanto l’ILVA).

Resta quindi esclusa la VIS relativamente agli impianti esistenti, per i quali assume invece particolare rilevanza l’inserimento nel contesto di programmazione generale previsto dalla pianificazione in materia di qualità dell’aria e dell’acqua.

Tornando al tema del rapporto tra ambiente e salute, cosa possono fare per favorire una maggiore integrazione le Agenzie per la protezione ambientale e gli enti, istituti e agenzie che operano in campo sanitario?

Per quanto riguarda le Agenzie per la protezione dell’ambiente, queste possono trasmettere le conoscenze necessarie per favorire l’assunzione di comportamenti responsabili riguardo alla tutela dell’ambiente e della salute, attraverso una permanente e diffusa educazione ambientale, anche in collaborazione con la scuola, le università e le associazioni locali. Possono inoltre migliorare la comunicazione tra istituzioni e cittadini e accrescere così la fiducia del pubblico nelle istituzioni.

Per quanto riguarda le attività prettamente tecniche svolte dalle agenzie, negli ultimi due decenni si è potuto osservare un netto miglioramento delle metodologie di raccolta delle informazioni e delle statistiche ambientali sia a livello nazionale che a livello regionale e locale. Tuttavia, i dati raccolti continuano in molti casi ad essere eterogenei e la molteplicità delle fonti li rende spesso scarsamente confrontabili e accessibili. Occorre pertanto prevedere un maggiore coordinamento e integrazione degli sforzi volti ad assicurare la disponibilità di dati affidabili, confrontabili e di qualità certa.

È necessario progettare sistemi di informazione ambientale che facilitino i processi decisionali e la loro trasparenza: in questa direzione la legge che istituisce il Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente (legge 28 giugno 2016, n.132) costituisce un importante tassello del percorso intrapreso per assicurare una raccolta coordinata dei dati ambientali, allo scopo di rendere più efficaci le politiche di prevenzione e protezione dell’ambiente e della salute ad ogni livello territoriale.

La connotazione “a rete” del Sistema nazionale delle agenzie ambientali dovrebbe far tesoro delle esperienze di talune ARPA che potrebbero, in considerazione delle vocazioni e delle criticità del proprio territorio, assolvere alla funzione di riferimento nazionale. Il nuovo sistema dovrebbe garantire anche il dovuto raccordo con le norme comunitarie e le più recenti conoscenze scientifiche europee ed internazionali.

Inoltre, la legge istituisce i LEPTA (Livelli essenziali delle prestazioni tecniche ambientali) che costituiscono il livello minimo omogeneo delle attività che il Sistema nazionale è tenuto a garantire su tutto il territorio nazionale, anche ai fini del perseguimento degli obiettivi di prevenzione collettiva previsti dai livelli essenziali di assistenza sanitaria.

Per quanto riguarda tutti i soggetti istituzionali in campo sanitario, la crescita delle conoscenze in questo ambito, con particolare riferimento al ruolo dei fattori di pressione ambientale sullo stato di salute generale, può contribuire a rafforzare la consapevolezza della popolazione e dei decisori riguardo alla necessità di perseguire modelli di produzione e consumo più sostenibili e rispettosi della salute umana.

Il 7° Programma dell’UE in materia di ambiente “Vivere bene entro i limiti del nostro pianeta” sottolinea che esistono tuttora incertezze riguardo alle implicazioni sulla salute umana di alcuni inquinanti presenti nell’ambiente (ad es. interferenti endocrini, nanomateriali, miscele di diverse sostanze chimiche), solo se verranno colmate le attuali lacune conoscitive sarà possibile

orientare le risposte delle autorità locali, regionali e nazionali sia sul piano normativo che della prevenzione dei rischi
accelerare il processo decisionale relativo a tali sostanze
affrontare in modo appropriato, senza spreco di risorse, le preoccupazioni della popolazione
intraprendere azioni di prevenzione efficaci.

Gli istituti e le agenzie regionali che operano in campo sanitario devono individuare le priorità territoriali sotto il profilo della prevenzione dei rischi sanitari connessi ai fattori di pressione ambientale, concentrando le risorse disponibili e le competenze tecnico-scientifiche su obiettivi praticabili e socialmente rilevanti (ad es. esposizione a sostanze pericolose di gruppi vulnerabili della popolazione).

Potrebbero, peraltro, procedere esattamente come quelle ambientali al riconoscimento di una Autorità nazionale di riferimento che possa fornire i criteri ed i parametri necessari per le previste valutazioni sanitarie. In effetti, l’ISS già svolge per conto del Ministero della Salute tale ruolo, che però potrebbe essere meglio definito, soprattutto nei confronti delle strutture territoriali e locali, nonché meglio strutturato in termini di personale e competenze dedicate eventualmente anche in previsione del coinvolgimento nel monitoraggio dei “parametri” sanitari riconducibili ai fattori ambientali.



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