Andrea Camilleri – Il metodo Catalanotti. Palermo, Sellerio, 2018. 294 p. (146)

Michelangelo Merisi da Caravaggio, uno tra i più grandi pittori italiani, è noto soprattutto per i suoi grandi quadri a carattere religioso, in cui vasti spazi scuri combattono la loro battaglia, perdendola, con la magia della luce che questo artista è stato in grado di creare.

Il Caravaggio è anche noto per il suo senso della realtà, realtà che non solo è stato capace di raffigurare con una sorta di iperrealismo fotografico, ma che è principalmente realtà interiore, dell’anima. Per questo ai suoi tempi fu molto avversato, giacché per esprimere al meglio questa sua visione, ogni opera diveniva quasi una scena teatrale, con personaggi veri, presi alla strada, anche meretrici, a rappresentare santi e Madonne.

Quest’ultimo, ventottesimo romanzo odoroso di stampa, di indagini dell’ormai più che noto commissario Montalbano – che si aggiunge agli altri 28 non del commissario pubblicati da Sellerio – fatte le dovute proporzioni e sviluppate le corrette analogie, ci pare essere una tela del Caravaggio. Non solo perché al centro c’è una compagnia teatrale in cui Camilleri sguazza intrecciando racconto e passione per questa sua seconda arte, non solo per le battaglie che si svolgono tra gli interpreti tra il vero-simile ed il simil-vero, ma soprattutto perché il grande Andrea riesce come in nessun altro suo romanzo a penetrare la realtà più profonda degli “attori” / personaggi veri attraverso le acute analisi dell’interprete principale, il regista Carmelo Catalanotti, al centro degli avvenimenti, che morirà. Costui torchia i suoi attori fino a imporre loro sofferenze quasi fisiche per conoscerne a fondo il carattere ed esaltarne vizi e virtù per assegnare loro la parte più adatta. Il tirar fuori tutto quello che si ha dentro e adoperarlo in funzione scenica viene usato come una cura, grazie alla quale i non grandi attori della piccola compagnia si sentono come liberati, sciolti dai legami col passato, ma per la quale pagano un prezzo altissimo, quasi sconvolgente, in tensione, umiliazione e sofferenze. Per il nostro commissario, pur esperto e con grande conoscenza dell’animo umano, è un guazzabuglio, in cui ingegnosamente lo scrittore lo pone e da cui altrettanto ingegnosamente lui riesce ad uscire, dipanando la trama di un giallo apparentemente impossibile, ma molto vero, reale, concreto.

Il nostro autore, ambientando la narrazione ai giorni nostri, inserisce componenti di tragica attualità in cui si vivono i drammi familiari della disoccupazione e delle violenze domestiche. Ed ancora, con la sua consueta passione civile e sociale, Montalbano, oltre a sdegnarsi per tutto questo, ricorre ad una “farfantariata” ai limiti della legge per togliere da guai molto seri una coppia di bravi giovani disoccupati che vogliono mettere su famiglia.

Livia, la sua eterna fidanzata, in questo romanzo è lontana, nel suo paesino ligure, e la sua assenza allenta le difese affettive di Salvo, che perciò perde la testa per una giovane “fimmina” del suo stesso ambito, Antonia. Pure in questo caso, però, anche se il romanzo non lo dice chiaramente, il senso della realtà porterà Montalbano a riconquistare lucidità, equilibrio e controllo e a ritornare da Livia.

Franco Cortese Notizie in un click



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