BENE IL REFERENDUM RADICALE A ROMA SU ATAC

Da diversi anni, i radicali mi paiono smarriti, bisognosi di ritrovare una bussola perduta.

ROMA – Mi è capitato di dire – pensando al grande Marco Pannella – che, come per Picasso, la sua lunga traiettoria umana e politica abbia attraversato molti “periodi”, anche diversi e contraddittori fra loro.

Personalmente, e non solo per esservi stato direttamente coinvolto con primarie responsabilità, penso che per lui e i radicali sia stata una stagione entusiasmante quella degli anni ’90 e dei primi anni del decennio successivo: accanto all’antico patrimonio di battaglie sui diritti civili, l’affacciarsi prepotente delle libertà economiche con i primi referendum liberisti (contro l’articolo 18, per le privatizzazioni, per liberare il mercato del lavoro); la scelta della Cgil e del vecchio sindacato come avversario culturale di fondo; il tentativo coraggioso e inedito di offrire una visione liberale a tutto tondo su istituzioni, economia e giustizia; la scelta – provocazione mai abbastanza ricordata… – di esporre sempre le tre bandiere di Usa, Israele e Regno Unito.

Poi, in primo luogo per volontà di Pannella, molte cose sono purtroppo cambiate. Una quasi esclusività della pur nobile e meritoria battaglia sulle carceri, un progressivo disimpegno rispetto alla centralità dell’economia, qualche strano posizionamento anche in politica estera, e un “boninismo” sempre più dominante.

Sia detto senza polemica, direi sine ira et studio: da molti anni Bonino è sinonimo – sia pure con passione personale, una capillare rete di relazioni e un callido talento mediatico – di quello che a me pare un conformismo e uno schiacciamento inesorabile su temi e posizioni omologati rispetto alla “sinistra perbene”, a un certo tipo di establishment.

Un catalogo veloce (e naturalmente parziale, lo riconosco) delle cose che proprio mi paiono sbagliate, stupefacenti, perfino incredibili? In America, sempre con Obama e con la Clinton. Su tutto, sempre con Soros. In Europa, sempre a corpo morto a difesa di questa Ue, anzi ripetendo meccanicamente che “serve più Europa”. In politica internazionale, con inaspettati cedimenti, qua e là, perfino verso l’Iran e la Cina. Sull’immigrazione, con posizioni di negazione perfino “ideologica” del problema. In Italia, troppo spesso al fianco del “partito di Repubblica”. Sulla giustizia, sostanzialmente accanto al ministro Orlando, nonostante i recenti spropositi su prescrizione e intercettazioni. E un approccio complessivo da “indipendenti di sinistra”, da “fiore all’occhiello” che la sinistra più conservatrice e padrona può – di tanto in tanto – permettersi di indossare. Pannella stesso – perfidamente ma efficacemente – parlò di mancanza di visione politica e di un approccio “da jet-set” (la citazione era forse meno garbata, riferiscono alcune testimonianze attendibili).

Di qui, per quel poco che vale, il mio dissenso forte, fortissimo, culturale prim’ancora che politico. E immagino che cose simili (a parti invertite) potrebbero essere dette nei confronti delle mie scelte pro-America, pro-mercato, pro-individuo, anti-politicamente corretto, anti-sinistra di potere, con la bussola (sempre attendibile, a mio avviso) di diffidare delle cose e delle persone “scelte” dall’establishment. Due interpretazioni lontanissime, antitetiche, direi spesso diametralmente opposte: chi liberal, e chi liberale, potrei sintetizzare.

A maggior ragione con questi presupposti, sono invece molto lieto di elogiare un’iniziativa di alcuni dei radicali che stanno con Bonino (così almeno intuisco: non sono addentro alle recenti polemiche interne, contestazioni, ecc), assunta in queste settimane a Roma, per la liberalizzazione e la messa a gara dei servizi di trasporto pubblico, contro l’inefficiente e costoso monopolio Atac. I romani sanno di che si tratta: spostarsi a Roma in autobus (chi scrive lo fa regolarmente dalla più tenera età) è un’avventura degradante, umiliante, da sudditi più che da cittadini, tra ritardi sistematici, vetture sfasciate, inattendibilità di qualunque tabella e previsione, condizioni generali “africane” (con rispetto parlando) a fronte di una spesa pubblica “svedese”.

Si tratta dunque di un referendum a mio avviso meritevole di pieno sostegno. Per quel che vale, in occasione delle elezioni comunali del 2016, avevo pubblicamente interpellato i candidati a sindaco di Roma esattamente su questo tema, non ottenendo alcuna risposta.  Oggi possono essere i cittadini ad aprire la discussione, e quindi ben volentieri uso anche questo spazio per supportare quella che mi pare una ottima campagna politica.

Vale la pena di firmare, e di far conoscere ad altri l’opportunità di farlo.



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