Bersani: innovare senza contesto è un’illusione

E’ davvero curioso. Qualcuno parla di politica industriale e si sente dire: finalmente! Qualche altro ne parla e si sente dire: dirigista! In Italia purtroppo si giudica spesso il piatto dal colore dei capelli del cuoco. Ho sempre pensato che il Dna della politica industriale stia in questo: uno Stato che ha il dovere di dire su quali obiettivi-Paese mette soldi e norme; impresa buona e lavoro buono che hanno il dovere di allearsi; Stato, lavoro, impresa che hanno il dovere di parlarsi.
Siamo nell’epoca della pervasività del ciclo tecnologico. Entriamo nella fase della personalizzazione di massa dei prodotti, dei servizi e degli stessi mezzi di produzione. Si crea un sistema-fabbrica che fra non molto potrà essere riconfigurato da remoto. Avere nuove macchine e integrarle sarà dunque necessario ma non sufficiente, se non ci si vorrà rassegnare ad una manifattura subalterna, ad essere la commodity del futuro.
Capitali robusti, intimità di prodotto e servizio, connessione permanente con le officine della ricerca e delle nuove tecnologie, originale organizzazione del lavoro, nuovi modelli di contrattazione e formazione, distribuzione equa e proattiva dei guadagni di produttività: c’è un nuovo sistema da creare! Mi chiedo. Tutto questo ha una coerenza accettabile con ciò che si sta facendo nelle politiche del lavoro, della ricerca, dell’istruzione, del fisco? Esempio, pensiamo di lasciare al palo investimenti strategici e di portare risorse sul sistema dei bonus e degli sgravi? Pensiamo di rimanere al livello della Romania per numero di laureati? Di mettere i laureati nel ciclo continuo di stages e tirocini? Di ridicolizzare l’alternanza scuola-lavoro? Di consentire che in fondo alla catena si creino sacche di lavoro muto, abbandonato e totalmente disgregato? L’innovazione senza contesto è una drammatica illusione. Non si può pensare di affidarsi a una robotica spinta in un mondo (scelgo a caso) di subappalti truffaldini e al ribasso, di precarietà di massa, di ideologia del contante e così via. Allo stesso modo il conclamato dualismo fra sistemi di impresa è una drammatica zavorra per la prospettiva. Come affrontiamo il problema? Con incentivi per i forti e sgravi per i deboli? Chi sopravvive malamente sul mercato interno non può essere curato con il metadone degli sgravi: ci vogliono opportunità di produzione, di innovazione, di profitto. Un esempio. Per rispondere alla drammatica crisi del settore delle costruzioni ci vuole un piano di manutenzione del territorio e dell’ambiente, con una griglia nazionale e una gestione locale e mettendo alla prova di efficienza ed efficacia le applauditissime novità di questi anni (codice degli appalti, ruolo dell’ANAC, norme sulla burocrazia e problema della sciopero della firma). Aggiungo che la frontiera verde e dell’efficienza energetica è in ogni settore un driver fondamentale purchè non ci si fermi ai fatti di regolazione costruiti con norme italiane e prodotti magari cinesi.
Credo che il pubblico debba prendersi le sue dirette responsabilità concentrando le risorse sugli investimenti pubblici e privati e allestendo un soggetto pubblico che possa fornire capitali di lungo per l’integrazione di filiere industriali e allestire fondi di rotazione che sostengano gli interventi di riabilitazione, qualificazione e bonifica del territorio.
Credo ad una politica europea che promuova allo stesso modo campioni industriali e qualificazione del lavoro e che affronti il mondo con una battaglia di civilizzazione: commercio aperto sì, ma al netto di fondamentali tutele del lavoro e dell’ambiente.
Alla fine, possiamo concludere che non si può parlare di Paese senza parlare di politica industriale, né si può fare il contrario. Se ci si dimentica questo ci si avvita nel miracolismo degli incentivi. Lo dico da persona informata dei fatti. Gli incentivi possono fare bene e possono fare male. In ogni caso, è certo che da soli non bastano.



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