Biennale di Architettura 2018: la classifica top&flop di Artribune

Mentre sui social si accende il dibattito sui riconoscimenti attribuiti dalla giuria internazionale, tra delusioni e sorprese, Artribune ha stilato la lista dei cinque interventi efficaci e dei cinque meno riusciti. Ecco i nostri top&flop dell’appena inaugurata Biennale di Architettura a Venezia

Biennale di Architettura di Venezia 2018. Arsenale. Freespace. Photo Irene Fanizza
Biennale di Architettura di Venezia 2018. Arsenale. Freespace. Photo Irene Fanizza

Aperta fino al 25 novembre, Freespace spingerà i visitatori a relazionarsi con l’horror vacui; li farà sentire giganti o lillipuziani costretti a innalzarsi sulle punte per raggiungere maniglie di porte XXL, gli permetterà di salire verso terrazze e ponti temporanei; gli fornirà gradinate monocrome dove sedersi per riflettere sulle speranze di sopravvivenza dell’Unione Europea. In attesa degli approfondimenti e delle analisi che proporremo nei prossimi mesi, ecco la tradizionale classifica top&flop di Artribune.

1. TOP. L’OPERAZIONE VATICAN CHAPELS
Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Vaticano. La Cappella progettata da Norman

Cosa resterà della Biennale Farrell-Mc Namara? Difficilmente il ritorno alla Biennale Architettura di Francesco Dal Co, dopo il “gran rifiuto” alla direzione del Padiglione Italia degli anni scorsi, supererà il flusso del tempo senza fissarsi nella memoria collettiva. Si potrà discutere – e su Artribune lo faremo – sulla qualità architettonica delle dieci cappelle realizzate; sulla selezione degli architetti incaricati; sulla possibile permanenza sul suolo veneziano dei “modelli concreti” di questo padiglione nazionale “misurabile in ettari”. Forse si potrà persino ragionare sui gelsomini rampicanti che “incorporeranno” la lignea cappella di Sir Norman Foster – probabilmente la più riuscita, oltre a quella con la migliore collocazione geografica -, al verde circostante. Resta però che quest’anno il flusso dei visitatori – credenti e miscredenti – con curiosità devierà verso l’Isola di San Giorgio Maggiore, attratto sì dal conforto dell’ombra del boschetto e delle viste panoramiche, ma indubbiamente anche “facilitato” da un impianto concettuale chiaro e accessibile a tutti. Senza dimenticare il contributo della stampa internazionale: “The Most Surprising Entry in Venice’s Architecture Biennale? The Vatican’s”, ha già titolato il New York Times.
2. TOP. IL “CASO BARHAIN”
Biennale di Architettura di Venezia 2018. Arsenale Padiglione Barhain. Kingdom of Barhain, Friday Sermon. Photo by Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Friday Sermon, il padiglione del Kingdom of Bahrain, offre un’ulteriore conferma dello scrupolo che il Paese riserva alle iniziative internazionali cui aderisce. Nel mostrarsi all’estero, anche in questa occasione, come già nel raffinatissimo Archeologie del Verde di Anne Holtrop con il quale prese parte a Expo Milano 2015, il Bahrain rivela una sorta di “naturale inclinazione” verso allestimenti poetici e accurati. Un indicatore di attenzione, intelligenza e, nel caso veneziano, anche di spirito autocritico. Nell’interno della struttura, sollevata da terra, in acciaio e vetro smerigliato portata in Laguna quest’anno si può scorgere una delle più efficaci declinazioni di Freespace.
3. TOP. LA CARICA DEI (PICCOLI) PADIGLIONI ALL’ARSENALE
Biennale di Architettura di Venezia 2018. Giardini. Padiglione Indonesia, Sunyata: The Poetics of Emptiness. Photo by Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Dalla scatola vetrata che rende infinita la pampa argentina – un sicuro successo via Instagram, ma anche un’installazione innegabilmente coerente con il tema scelto dai curatori, capace di combinare tra natura, architettura e visitatore -, al Free Market dell’Irlanda, che quest’anno, in una sorta di analogia con l’Italia, si sofferma sulle dieci località con popolazione inferiore a 5000 abitanti; dall’Albania alla Croazia; dal già citato Barhain fino alla sinuosa mega onda di carta proposta dall’Indonesia, con Sunyata: The Poetics of Emptiness: escludendo la “densità rurale” della Cina, quest’anno il livello delle partecipazioni nazionali all’Arsenale è alto e merita più di una fugace visita.
4. TOP. ARCIPELAGO ITALIA
Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Italia. Photo © Urban Reports

Fuori la grafica accattivante e i fumetti dello studio TAMssociati; dentro le maquette e le fotografie del progetto corale di Mario Cucinella: nel passaggio dalle periferie di Taking Carealle aree interne di Arcipelago Italia, gli spazi delle Tese delle Vergini, all’Arsenale, conservano l’impostazione tripartita e il predominio del legno, che conquista le narici ancor prima degli occhi. A fronte di un allestimento che non mette tutti d’accordo, accompagnato però da una superba illuminazione, il merito morale del Padiglione Italia 2018 va rintracciato nella ferrea volontà di concentrare l’attenzione sul quel 60% del territorio nazionale dove nel quale i fenomeni dello spopolamento, dell’invecchiamento della popolazione, dell’impoverimento impongono di essere adeguatamente contrastati. “Ai politici noi diciamo: fidatevi! L’architettura può esservi di grande aiuto”, questo l’appello lanciato dal curatore. Resta da capire da chi potrà essere raccolto…
5. TOP. FLORES & PRATS ALL’ARSENALE
Biennale di Architettura di Venezia 2018. Arsenale. Flores&Prats, Liquid Light. Photo Irene Fanizza

Doppia presenza per lo studio catalano: all’Isola di San Giorgio Maggiore costruisce una delle dieci Vatican Chapelsper il debutto della Santa Sede alla Biennale Architettura; all’Arsenale, affronta il tema del riuso con il teatro Sala Beckett, a Barcellona. In Liquid Light – questo il titolo dell’installazione, scultorea e attraversabile, inclusa nel percorso di visita di Freespace –dietro al grande pannello con gli esiti del restauro condotto sull’edificio risalente agli Anni Venti si cela un’autentica wunderkammer. Un “dietro le quinte” – parliamo pur sempre di un teatro – ad alta densità di maquette nel quale chiunque può capire i passaggi chiave dell’iter progettuale, assaporando un’atmosfera da laboratorio artigianale. “Freespace abbraccia la libertà di immaginare lo spazio libero di tempo e memoria, collegando passato, presente e futuro, costruendo sulle stratificazioni della nostra eredità culturale…”, hanno indicato le curatrici nel Manifesto. E questa sembra essere una delle letture più poetiche.
6. FLOP. INSEGNANTI, ARCHITETTE, CURATRICI?
Biennale di Architettura di Venezia 2018. Arsenale. Shelley Mc Namara, Paolo Baratta, Yvonne Farrel. Photo Irene Fanizza

Fin dalla nomina del duo Farrell-Mc Namara, una delle domande ricorrenti tra gli addetti ai lavori riguardava il rilievo che avrebbe assunto la loro lunga esperienza di docenti nella Mostra. Un “dilemma” alimentato dalla diffusione del Manifesto FREESPACE– introdotto, quasi un anno prima dell’apertura, come “guida per trovare una coesione nella complessità di una Mostra di enormi dimensioni” -, successivamente mitigato dall’annuncio di voler affrontare la mostra “in qualità di architetti”. Tuttavia, comparando i gesti minimi sul fronte dell’allestimento, in parte motivati dalla volontà di “creare un legame fra la Mostra e questa città unica”, con l’eccesso di spiegazioni fornite dalle curatrici nelle didascalie, con le due sezioni speciali – in particolare, The Practice of Teaching-, con il programma delle iniziative semestrali, a essere sacrificata sembra essere soprattutto l’identità architettonica della Mostra. La – prevedibile – duttilità/fluidità interpretativa del tema Freespaceavrebbe forse avuto forse bisogno di una regia incline a un linguaggio più riconoscibile, specie per accompagnare il pubblico dei non specialisti nel – sempre complesso – passaggio tra Arsenalee Padiglione Centrale?
7. FLOP. ODILE DECQ AL PADIGLIONE CENTRALE
Biennale di Architettura di Venezia 2018. Padiglione Centrale. Studio Odile DECQ. Phantom’s Phantom, 2018. Photo by Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

“Conosco bene Yvonne Farrell, lavoriamo spesso insieme in alcune giurie. Faranno un ottimo lavoro, non vedo l’ora: mi piace il tema”. Sollecitata da Artribune sull’imminente apertura di Freespace, nel corso di una recente intervistaOdile Decq aveva optato per una ottimistica previsione. Inserita dalle curatrici irlandesi nella rosa dei 71 partecipanti alla 16. Mostra Internazionale di Architettura, la progettista francese, nota in Italia per il progetto del Macro, a Roma, al Padiglione Centrale non convince con la curvilinea e parzialmente specchiante installazione con cui evoca l’atmosfera del ristorante Phantom, all’Opera Garnier di Parigi, ultimato dal suo studio nel lontano 2011. Piuttosto, della sua presenza in Laguna, preferiamo ricordare il sostegno alla causa femminista, con l’adesione al flash mob Voices of Women, andato in scena di fronte al Padiglione Centrale. Oltre alla necessità di lottare contro molestie, con riferimento al “caso Richard Meier”, e forme di discriminazioni, Decq ha ricordato come l’incremento delle studentesse nelle facoltà di architettura non sia ancora garanzia di successo e rappresentanza professionale: dispersione e limitato accesso nei ruoli strategici continuano a incidere. All’iniziativa, rigorosamente in formato “stand-up” come già visto a Cannes, per l’Italia c’era anche il collettivo Rebel Architette.
8. FLOP. SPAGNA
Biennale di Architettura di Venezia 2018. Giardini. Padiglione Spagna. Photo Irene Fanizza

Mentre la Catalogna punta con orgoglio su RCR Arquitectes, lo studio di base di Girona cui è stato conferito il Pritzker Architecture Prize 2017, la Spagna passa dal raffinato (e low-budget) Unfinished che le valse il Leone d’Oro nella Biennale di Aravena al rumore visivo di Becoming. La già citata esuberanza del sito web del padiglionenon appare mitigata nel passaggio dalla dimensione online a quella offline; anzi, va a braccetto con l’eccesso di segni e stimoli dell’allestimento. Nell’eterna “lotta”, anche lagunare, tra i due contendenti, quest’anno la comunità autonoma guadagna il punto per lo stato confusionale – speriamo temporaneo – dell’avversario. Nell’attesa, piantiamo con fiducia i semini!
9. GERMANIA
Biennale di Architettura di Venezia 2018. Giardini. Padiglione Germania. Photo Irene Fanizza

Anche a volersi mantenere a distanza i più longevi (pre)giudizi associati, fin dalla notte dei tempi, ai singoli paesi, quest’anno appare davvero complesso separare la Germania dal concetto di disciplina e severità. In un’edizione nella quale in molti casi si è sgomberato letteralmente lo spazio disponibile – emblematico il Regno Unito –, l’allestimento di Unbuilding Walls lo invade e frammenta. Ben venga un altro registro, ma se il risultato è portare quasi all’esasperazione un sistema di pannellature dalla “doppia identità”, forse sarebbe valsa la pena di dosare la mano. Superato il primo sguardo, la forza visiva dell’impianto sembra perdersi metro dopo metro, a dispetto dei muri fisici e sociali che si vorrebbe far sgretolare. La Germania ci ha abituati bene, anche sul fronte Biennale Arte; legittimo dunque aspettarsi di più.
10. FLOP. FRANCIA
Biennale di Architettura di Venezia 2018. Giardini. Padiglione Francia. Photo Irene Fanizza

Tutto all’insegna della retorica in perfetto stile francese questo padiglione che pala di spazi pubblici atti a recuperare situazioni di disagio. Celebrando proprio quella retorica paternalista, centralizzata, impositiva che le situazioni di difficile gestione la ha create e non certo risolte. Essere pedanti va bene, essere inutilmente e velleitariamente pedanti no…



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