Cgil, il Sud sta morendo

“Il Mezzogiorno sta morendo, con 600 mila famiglie i cui componenti sono tutti senza lavoro, e con due milioni di giovani che in sedici anni hanno abbandonato la loro terra per andare a vivere altrove. Nello stesso arco di tempo, i governi hanno pressochè azzerato le politiche per il Sud. Che la situazione si sia aggravata e le prospettive siano durissime, lo conferma l’ultimo rapporto Svimez”. Così Gianna Fracassi, segretaria confederale Cgil, oggi ai microfoni di RadioArticolo1.

“Il rischio è che il quadro peggiori ulteriormente, con effetti negativi anche per l’economia del Paese, visto che l’interrelazione è assai forte e vale molto in termini di Pil. Se al Sud si registra un maggior impoverimento, questo ha un effetto anche per l’economia del Centro-Nord. A questo punto, io credo che dovrebbe scattare un grande campanello d’allarme rispetto alle politiche economiche da mettere in campo da qui a settembre, quando avremo la nota di aggiornamento del Def e poi la legge di Bilancio. La cosa sconcertante è che il governo, anziché rafforzare i livelli retributivi, agisce reintroducendo i voucher, una specie di schiaffo in faccia per i tanti giovani che hanno votato Lega e M5S. Altro che governo del cambiamento!”, afferma l’esponente Cgil.

“Oltre a nascondere lavoro nero e illegale, uno dei problemi dei buoni lavoro, rispetto ai contratti temporanei, è che convengono solo all’imprenditore, perchè sono privi o quasi di contributi previdenziali e fiscali. Ragion per cui, tutti coloro che vengono pagati in voucher – penso in particolare agli addetti del turismo e al lavoro agricolo nei campi – sono in realtà destinati alla povertà. Insomma, alla fine torniamo indietro, perché il lavoratore sarà meno retribuito e più precario di prima, rispetto a quel minimo di sicurezza che aveva ottenuto con i contratti stagionali”, continua il dirigente sindacale.

“Tornando all’indagine Svimez, colpisce la spesa pubblica corrente, aumentata dello 0,6% al Centro-Nord e crollata nel Mezzogiorno (-7,1%), e l’accentuarsi al Sud del fenomeno della mobilità sanitaria, a seguito del calo delle risorse nel settore, che ha determinato per molti cittadini l’impossibilità di accedere a un diritto primario, come il fatto di potersi curare all’interno del Ssn. Dato, quest’ultimo, altresì confermato dall’Istituto superiore di sanità, che attesta per chi vive in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia un’aspettativa di vita media inferiore di tre anni rispetto a coloro che risiedono in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana. Altro aspetto che conferma l’attuale trend, quello proveniente dal settore dell’istruzione e della formazione: lo Svimez attesta che sui servizi all’infanzia il Nord ha il 16% di copertura, mentre nelle regioni meridionali si fa fatica ad arrivare al 4. Ricordo che gli obiettivi di Lisbona parlano del 33%”, prosegue il sindacalista.

“Il problema vero del nostro Paese sono gli investimenti pubblici. Su tale versante, il gap generale con l’Europa è impressionante: abbiamo smesso di farli, soprattutto quelli in conto capitale, che possono costruire le condizioni per creare occupazione e lavoro. Lo Svimez ha provato a simulare cosa significherebbe investire cinque miliardi nel Sud e cosa sposterebbe sul versante del Pil e i risultati sono stati sorprendenti, in quanto le regioni meridionali recupererebbero gli stessi livelli di crescita del Centro-Nord. Insomma, come abbiamo già anticipato nel nostro Piano del lavoro del 2013, e come hanno confermato grandi istituzioni mondiali, come il Fondo monetario internazionale, il problema dell’Italia è proprio questo ed è dagli investimenti pubblici che bisogna ripartire, che rappresentano una grande leva anche per gli investimenti privati”.

“In secondo luogo – prosegue la segretaria confederale della Cgil -, occorre dare risposta ai bisogni sociali del Paese e poi provare a mettere in campo un’idea di sviluppo economico, a partire da quella che noi abbiamo chiamato Agenzia per lo sviluppo nuova Iri, che dovrebbe coordinare le politiche, attivando un altro dato, pessimo soprattutto nel Sud, lo scarsissimo impegno di risorse e livelli di spesa comunitari, provando a costruire sinergie che abbiano indirizzi e filiere molto chiare e che siano governate”.



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