Chi non vuole una soluzione per il Sahel?

Mentre la crisi dei migranti nel Mediterraneo prende una nuova piega, con le decisioni del governo italiano sulle ONG e i pattugliamenti al largo della Libia, diventa sempre più chiaro che la soluzione può venire solo dalla sviluppo economico e dal miglioramento delle condizioni di vita in Africa. Al riguardo, dopo l’annuncio dell’accordo sul Lago Ciad tra l’impresa italiana Bonifica e Power China, il Ministero degli Esteri italiano ha confermato l’interesse nella promozione di Transaqua, la grande infrastruttura di trasferimento idrico, trasporto, energia idroelettrica e sviluppo agricolo in Africa Centrale che permetterebbe di rivitalizzare il Lago Ciad (nella foto, visto dall’Apollo 7). Inoltre, il portale operativo dell’Agenzia dell’ONU sui rifugiati (UNHCR) ha rilanciato l’articolo originale dell’EIR sull’accordo (vedi https://data2.unhcr.org/en/news/16457). Ma evidentemente ci sono interessi contrari a una soluzione. Una rete apparentemente congolese, che aveva già attaccato Transaqua nel 2014, è tornata sul tema, con un lungo articolo che accusa gli autori del progetto infrastrutturale di voler “rubare l’acqua del Congo” e creare una catastrofe ecologica trasferendo il 5% dell’acqua del fiume Congo nel Lago Ciad. Si sostiene che Transaqua, che é promossa “dalla facoltosa Helga Zepp-LaRouche, da Jacques Cheminade, i Paesi aggressori del Congo e i loro sostenitori anglosassoni” e dalla Commissione del Bacino del Lago Ciad, sia una nuova forma di saccheggio delle risorse africane da parte dell’Europa, e si lancia un appello per la mobilitazione popolare per “fermare Transaqua”. Ma è questa rete che dovrebbe spiegare i propri legami con gli interessi che hanno storicamente saccheggiato e continuano a saccheggiare l’Africa. L’autore, Sinaseli Tshibabwa, è un biologo che vive a Kinshasa ma la cui ideologia è il neomalthusianesimo made in Europe. All’inizio del suo articolo egli cita Geraud Magrin, un insegnante della Sorbona, che sostiene che il Lago Ciad non si stia essiccando, e che questa sia un’invenzione di chi vuole costruire progetti di trasferimento idrico che danneggiano l’ambiente. L’articolo è pubblicato su un sito che fa capo a un certo Jean-Jacques Wondo, un altro cittadino congolese laureatosi alla Reale Accademia Militare del Belgio e specializzatosi alla Libera Università di Bruxelles (vedi https://desc-wondo.org/en/after-plundering-minerals-soon-the-plundering-of-the-congo-freshwater-the-blue-gold-of-this-century-sinaseli-tshibwabwa/) Sono molte le falsità contenute nell’articolo. Una in particolare, che circola anche tra alcuni diplomatici africani, è che riducendo anche di una piccola quantità la portata del Congo, si ridurrebbe anche la quantità di energia idroelettrica che si intende produrre in futuro con la diga Grand Inga. Ma quel 5-8% prelevato dagli affluenti del Congo produrrà la stessa elettricità nella parte orientale del Paese, così risparmiando gli eventuali costi di trasmissione da Inga, che è situata nella parte più occidentale. In realtà, la Repubblica Democratica del Congo sarebbe il principale beneficiario di Transaqua, perché otterrebbe l’infrastruttura – il tratto maggiore del canale di 2400 km attraversa la RDC da Nord a Sud – e un’offerta di centinaia di migliaia di posti di lavoro



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