Di Bocca in bocca: la performance di Ateliersi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna

Vari sono stati i tentativi per dare significato alla forma museo, a volte scomposti o dettati da direttive consumistiche, a volte timidi o soggiacenti a misure metodologiche, in un’epoca in cui il puro concetto di conservazione non sembra sufficiente a giustificarne l’esistenza. Tra questi, alla Pinacoteca Nazionale di Bologna si è svolto il progetto Di bocca in bocca del collettivo artistico Ateliersi, un evento giocoso, eppure impegnato, irriverentemente dinamico, ma riflessivo. Lo spazio immobile della Pinacoteca è stato attraversato dalla corsa di una quindicina di persone che ogni cinque minuti cambiavano postazione, raggiungendo l’opera che avevano scelto in precedenza e di fronte alla quale avrebbero compiuto il proprio atto, in una performance cognitiva e, a un tempo, espressiva.
LA PERFORMANCE

Sembra quasi di sentire il sussurro di chi si rivolgeva alla madre di Guido Reni per confidarle un qualche sentimento del proprio passato, un giovane cinese gridare qualcosa di sé a due donne che lo interrogavano dall’estremo opposto dei saloni dei Carracci, la registrazione delle voci dei partecipanti in un file audio in cui si trovano sovrapposte e comprensibili solo per frammenti o nella polifonica totalità che somiglia alla incontrollabile ecletticità del pensiero corrente. Una giovane legava nastri colorati sui suoi lunghi capelli con l’irriverente consapevolezza della propria bellezza ai piedi dell’Allegoria della pittura di Cerrini, visitatori coinvolti nella mimesi dei guerrieri, vincitori e vinti, della Battaglia di Clavijo, un San Giorgio di Vitale da Bologna disarticolato, teso, come un burattino rotto, un gruppo di giovani che parlavano con studiata vivacità di fronte a Raffaello (ma forse non si trattava di una performance!), la sala di Mezzaratta abitata da suoni e gesti che, per una sera, hanno animato quelle strane sale che ospitano affreschi e sinopie strappate, come pelli di animali scuoiati.
SE GIOTTO SAPESSE

Una voce sorgeva magicamente dal polittico di Giotto, che per un qualche misterioso effetto sonoro parlava dell’immagine contemporanea, citando Bredekamp. Se Giotto sapesse… Se potesse vedere come e dove si trovano i dipinti delle generazioni vicine alla sua… Si chiederebbe quale civiltà aliena se ne fosse impossessata, si domanderebbe quando le tavole devote avessero cessato di assolvere alla loro funzione per essere esposte come testimoni muti di una civiltà scomparsa. Dovrebbe forse intendere che l’immagine nel corso della storia del suo stesso mondo è diventata qualcosa d’incorporeo e inefficace, al limite oggetto di ricerca filologica e di schedatura storicista; una riflessione sulla storia dell’immagine non lo rincuorerebbe, ma certo riguarda noi e la forma dei musei: in ogni caso è bello pensare che invece Giotto non si stupirebbe troppo nel sentir vociare un suo dipinto.

– Alessandro Volpe



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