EDUCA: il cyberbullismo uccide, ma oggi si può fermare

Nel 2017 sono state 354 le vittime minorenni di cyberbullismo e si stima che il fenomeno riguardi il 20% degli adolescenti. Oggi però c’è una legge che li tutela e che permette loro di denunciare una violenza anche per via telematica. Se ne è parlato ad EDUCA con Ersilia Menesini, Alessia Sorgato e con Paolo Picchio, papà di Carolina, che a 14 anni si è uccisa a causa della violenza subita sui social.

“Carolina è stata la prima vittima acclarata di cyberbullismo – racconta Paolo Picchio – e la prima per la quale è stato fatto un processo. Il 5 gennaio del 2013, prima di gettarsi dal terzo piano della propria casa, Carolina aveva scritto il suo dolore in una lunga lettera, nella quale dava l’addio ai famigliari e dove denunciava i suoi aguzzini. “Volevo solo darvi un ultimo saluto. Perché questo? Beh, il bullismo, tutto qui. Le parole fanno più male delle botte, cavolo se fanno male”. Sono state infatti le parole ad uccidere Carolina, che lanciate in rete sono diventate pietre dalle quali una ragazza di 14 anni non ha avuto la forza di difendersi. “Il bullismo – spiega Menesini, psicologa e professoressa all’Università di Firenze – è una patologia delle relazioni sociali, dove si cercano modalità perverse per affermarsi e dove il bisogno di sicurezza viene manifestato con fenomeni di aggressività. Il cyberbullismo è una costola del bullismo, ma più pericoloso perché aggredisce le vittime anche laddove vanno a rifugiarsi, persino nella loro casa. L’età più fragile è quella delle scuole medie, dove i ragazzi vogliono sentirsi grandi, ma dove ancora non sanno distinguere il bene dal male.” “A maggio di quest’anno – ha illustrato Sorgato, avvocata penalista specializzata nella difesa di donne e minori maltrattati – dopo un percorso durato tre anni è stata finalmente approvata la legge sul cyberbullismo, finalizzata a difendere e a tutelare i minori. Oggi vi sono rimedi che consentono alla vittima di rivolgersi al sito o al social per esigere la rimozione entro 48 ore del documento o della foto incriminata anche senza l’imbarazzo di dover chiedere aiuto al genitore. Questa legge è molto importante perché ha dato ai ragazzi la dignità di un adulto. Un secondo rimedio è quello di chiedere la rimozione del contenuto lesivo al garante della privacy, scaricando e compilando il modulo apposito che si trova all’interno dei social stessi o direttamente sul sito del garante della privacy. Una terza via è quella dell’ammonimento al questore, spesso efficace per dare coscienza al bullo di quello che sta rischiando, e con la quale il questore stabilisce un percorso di recupero. Un’ultima soluzione è quella della deindicizzazione, ossia la richiesta di impedire che il contenuto venga trovato tramite motori di ricerca esterni, tagliando quindi ogni collegamento con l’identità della vittima.”



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