Fabrizio Cicchitto: le liste minori nella coalizione di centrosinistra non devono essere l ‘avis del PD

Anche alla luce della campagna elettorale finora svoltasi ci sembra sempre più evidente che l’area della ragionevolezza, del riformismo, di un ben inteso europeismo è costituita in modo prevalente dai partiti che sostengono il governo Gentiloni: il PD, Civica Popolare guidata dalla Lorenzin, +Europa della Bonino, Insieme del PSI di Nencini e dei Verdi di Bonelli. Questa variegata area politica ha il suo reale punto di forza nel presidente Gentiloni e in alcuni ministri di questo governo, di cui è emblematica l’intervista a Repubblica di Minniti. Per molti aspetti siamo convinti che se a guidare la campagna elettorale fosse il governo, a partire da Gentiloni, più che i partiti, PD compreso, le cose andrebbero meglio per il centro-sinistra. Malgrado però tutte le contraddizioni che attraversano il M5S e il centro-destra, tuttavia non è che finora i sondaggi siano molto favorevoli alla coalizione che si riconosce nel governo Gentiloni. Perché? Il PD non aveva a disposizione alcuna coalizione forte. In primo luogo il concetto stesso di coalizione non è nelle corde di Renzi. In secondo luogo c’è un forte squilibrio sul terreno della consistenza quantitativa fra il PD e le altre forze che sostengono e si riconoscono nel governo, anche se senza Alternativa Popolare in questi anni non ci sarebbero stati i governi Letta, Renzi, Gentiloni. E’ forte l’impressione che una parte del PD preferisca che le liste alleate superino l’1% ma che non raggiungano il 3% in modo da utilizzare i loro voti per aumentare i seggi del PD pagando prezzi insignificanti. Che non si tratti di un processo alle intenzioni è dimostrato dalla preoccupazione ingenuamente manifestata sulla stampa sul fatto che la lista Bonino, debole sul piano organizzativo ma trainata dalla forte personalità della leader radicale e dal sostegno di Repubblica, possa raggiungere il 3% mentre le altre due liste, penalizzate in modo estremo nell’attribuzione dei seggi nell’uninominale (a suo tempo senza reazioni incisive da parte dei loro titolari, ma di ciò sarà opportuno parlare dopo le elezioni), stenterebbero a raggiungere l’1% il che vanificherebbe l’astuto disegno perseguito da qualche Machiavelli di provincia. Se esistono, questi calcoli ci sembrano assai asfittici. Il centro-sinistra, le cosiddette liste minori (centristi, radicali, socialisti), hanno il problema di riuscire ad attrarre quegli italiani i quali rifuggono dal populismo protestatario del M5S, che non reputano credibile la minestra riscaldata di Berlusconi, che rifuggono dal razzismo di Salvini ma che non si riconosco nemmeno nel il PD e che casomai apprezzano Gentiloni e il suo governo. Per questo, dal nostro punto di vista, bisogna far di tutto per far sì che tutte le liste alleate con il PD (in primis per quel che ci riguarda la lista Civica Popolare) raggiungano il 3%. Questa è anche la ragione per cui alcuni di noi, come il sottoscritto, hanno deciso di fare una battaglia di testimonianza politica per rivendicare il ruolo svolto dal 2013 ad oggi da Alternativa Popolare: senza Alternativa Popolare guidata da Alfano, senza la secessione del novembre 2013, la legislatura sarebbe finita allora, con un grande successo del M5S. Paradossalmente, ma non lo farà mai, anche Berlusconi dovrebbe rendere l’onore delle armi ad AP: perché senza NCD-AP egli si sarebbe assunto la grave responsabilità di provocare uno tsunami politico-istituzionale ed economico-finanziario.



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