Fecondazione artificiale, ovodonazione… e altre bugie!

il momento della fecondazione segna la nascita di un nuovo individuo, unico e irripetibile: non ci saranno mai più lo stesso identico ovulo e lo stesso identico spermatozoo ad unirsi, nonostante l’uomo e la donna non cambino. Si tratta quindi di un momento determinante e miracoloso.

Tuttavia vediamo come la cultura scientista si stia sempre più interessando e stia prendendo sempre maggiore spazio anche in questo ambito: con la fecondazione omologa ed eterologa, con le banche del seme e degli ovuli, con l’inseminazione artificiale, con la selezione degli embrioni prima dell’impianto, utero in affitto… e via di questo passo.

Questo comporta gravi problemi di ordine morale (quanti bambini vengono uccisi, in questo modo? Nessuno pensa alla salute delle donne, sottoposte a stimolazione ovarica e altre barbarie? Come vivranno questi bambini, senza sapere chi è il loro vero padre o la loro vera madre?) ma ha anche risvolti antropologici: è infatti importante non minimizzare come, con queste “terapie”, si separi l’unione sessuale tra due persone dalla generativi. La Chiesa, ma anche il buon senso, insegna da secoli che il rapporto sessuale tra un uomo e una donna ha – come ribadisce Paolo VI nell’Humanae Vitae – un inscindibile valore «unitivo e procreativo». Separare le due cose, come già si è fatto con la contraccezione e come ora si amplifica con la fecondazione artificiale et similia, ha ricadute che ancora non sono state analizzate in maniera puntuale, ma che non si prospettano positive.

Vediamo solo due esempi, ma potrebbero essercene altri. Si provi a pensare a una coppia che ricorre alla fecondazione eterologa: l’ovulo appartiene alla donna, mentre lo sperma viene comprato in una banca del seme. Lasciando per un momento da parte il bambino, che comunque soffrirà nel non sapere chi è il suo padre genetico, pensiamo all’uomo: percepirà quel bambino come suo figlio? Riuscirà a vivere serenamente la gravidanza della moglie/compagna? Sarà in grado di separare simbolicamente, come vuole il suo ruolo maschile, quella mamma e quel bambino che in fondo hanno qualcosa in comune, che lui non ha?

Un altro esempio. Si pensi a un bambino concepito con fecondazione eterologa, magari dopo tanti tentavi andati male: quali aspettative avranno i genitori su di lui? Come vivrà il fatto di non conoscere le sue origini? Come pensare che non soffrirà nel sapere che, per far vivere lui, tanti altri bambini sono stati sacrificati? E si potrebbe proseguire…

Sono domande enormi, che vanno a toccare le radici del nostro essere umani, uomini e donne.

Alla luce di quanto esposto fino ad ora, quindi, è possibile (ri)leggere con spirito critico e con una certa dose di amarezza le affermazioni entusiaste del centro ProCrea, a Lugano. Scriveva i giorni scorsi in un Comunicato Stampa: «Un’ovodonazione al giorno, 300 in un anno. Tante sono le terapie fatte dal centro ProCrea di Lugano da novembre 2016 a ottobre 2017, da quando è approdato a Milano con un proprio punto di contatto. Un dato significativo sostenuto da un rafforzato collegamento con l’Italia: infatti delle 300 coppie che hanno fatto ricorso all’ovodonazione, quasi il 90% è rappresentato da coppie italiane, oltre 140 sono lombarde. “Con l’avvio della nostra presenza a Milano, presenza che si somma a quelle di Pavia e di Novara nel Nord Italia e di Taranto nel Sud, c’è stato un forte impulso all’ovodonazione, ovvero al ricorso di una donatrice di ovuli per poter avere una gravidanza“, ricorda Michael Jemec, direttore medico di ProCrea. “I tassi di successo ottenuti finora sono di oltre il 50%. Questo significa che, indipendentemente dall’età della donna, una su due rimane incinta subito dopo il primo trattamento“».

Un successo? No. Solo tante coppie ferite nella loro parte più intima e privata, tanti bambini uccisi, tante donne sfruttate, tante persone che cresceranno senza avere certezza circa le proprie origini, tanti figli costati soldi e salute che verranno caricati di aspettative insostenibili dai loro genitori, un giro di soldi immane… Riproviamo: un successo? No. Una sconfitta. Per tutti.

Teresa Moro



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