Giro di vite in Arabia Saudita: arrestati principi e ex ministri

Il Medio Oriente si conferma, come sempre, uno dei territori maggiormente contraddittori e capaci di rivelare numerosi colpi di scena nel giro di poche ore e tutto, in questi ultimi due giorni, sembra ruotare vorticosamente attorno Riyadh: prima, proprio dalla capitale saudita, l’annuncio a sorpresa dell’oramai ex premier libanese, Saad Hariri, delle proprie dimissioni da guida dell’esecutivo di Beirut, poi il lancio di missili dallo Yemen che ha costretto alla chiusura l’aeroporto di Riyadh visto che il sistema Patriot è stato in grado di neutralizzarli a pochi passi dallo schianto al suolo nei pressi del più importante scalo del paese, infine dai palazzi governativi la notizia destinata a sconvolgere gli equilibri interni del paese, con l’arresto di decine di influenti personalità sia in ambito economico che religioso. Una serie di episodi, in parte collegati tra loro, che dimostrano come a livello regionale qualcosa di importante sembra muoversi specie sul fronte del braccio di ferro tra Arabia Saudita ed Iran.
Gli arresti delle scorse ore e lo ‘zampino’ di Mohamed Bin Salman

A giugno la prima grande ‘scossa’ tutta interna ai palazzi reali di Riyadh: Mohamed bin Nayef, volto ‘moderato’ dei Saud, cugino dell’attuale Re e principe ereditario, viene spodestato da quest’ultimo incarico a favore del nipote Mohamed Bin Salman, figlio invece del sovrano. Il clamore è immediato: a fronte di immagini ufficiali che mostrano lo zio augurare buona fortuna al nipote dichiarando la propria volontà di ritirarsi a vita privata, in realtà lo scenario appare molto più contrastato. A pochi giorni dalla presa in possesso dell’incarico di principe ereditario, Mohamed Bin Salman reclude ai domiciliari Mohamed bin Nayef, impedendogli di uscire dalla sua residenza di Jeddah; il tutto vuol indicare, in pratica, la presa del potere del figlio del sovrano visto che quest’ultimo, con i suoi 81 anni e con i tanti problemi di senilità, appare sempre più debilitato ed impossibilitato a governare il paese.

Sembra quindi assodato, anche alla luce dei fatti degli ultimi mesi, che dietro gli arresti delle scorse ore vi è la mano del figlio di Re Salman; amico personale di Jared Kushner, genero del presidente USA Donald Trump, fautore di una politica più aggressiva che ha portato l’Arabia Saudita ad imbarcarsi in tragiche avventure, come quella della guerra contro lo Yemen, Mohamed Bin Salman appare oramai deciso a prendere le redini totali del governo saudita anche a costo di mettere in campo un giro di vite interno alla sua stessa famiglia ed agli uomini d’affari e del clero più influenti. Tra i cinquanta arrestati delle ultime ore, figurano undici principi, quattro attuali ministri e più di trenta ex ministri; tra chi ha criticato le ultime mosse del principe ereditario in politica estera, con particolare riferimento alla scelta di imporre l’embargo contro il Qatar, e chi invece le sue recenti aperture alla possibilità per le donne di guidare l’auto od andare allo stadio, tutti coloro finiti in carcere nelle ultime ore hanno in comune il fatto di essere veri o presunti oppositori del nuovo uomo forte di Riyadh.
Il braccio di ferro che rischia di destabilizzare il paese

La linea imposta da Mohamed Bin Salman è dunque quella di mettere alla sbarra ed emarginare chi ha in programma di adottare politiche diverse dai suoi intenti: dal progetto ‘Vision 2030’, fino ai sopra menzionati casi inerenti il Qatar e lo Yemen, passando anche per riforme che fanno storcere il naso al clero più influente, le decisioni prese dal figlio del sovrano stanno incidendo in tutte le principali tematiche che riguardano il futuro del paese e chi vi si oppone appare destinato ad essere a tutti gli effetti detronizzato. Ufficialmente gli arresti riguardano un’operazione anti corruzione, giunta proprio nelle scorse ore al suo culmine dopo le conclusioni della commissione d’inchiesta istituita appositamente nei mesi scorsi; anche questo dettaglio non è da trascurare, visto che rientra nella strategia mediatica del principe ereditario, il quale vuol mostrarsi più ‘moderato’ all’esterno grazie alle prime timide aperture sui diritti delle donne mentre, all’interno del paese, l’obiettivo è quello di dimostrare il proprio pungo di ferro contro la corruzione, argomento molto sentito nella società saudita specie da quando, con la crisi economica, inizia a scricchiolare i pezzi del sistema di welfare che da decenni costituisce l’unico vero collante della popolazione.

Ma in realtà, quella di Mohamed Bin Salman altro non è che un giro di vite volto a rendere incontrastata la sua scalata al trono; un rischio importante, dove nulla potrà essere dato per scontato nei prossimi mesi: governare la famiglia Saud non è affatto semplice, vista la sua ampiezza e viste le tante anime interne spesso in conflitto tra loro e, a tutto questo, bisogna aggiungere anche il potere di un clero mai ‘intaccato’ negli anni grazie all’ideologia wahabita che sostiene il Regno fin dalla sua nascita. Dunque, la prova di forza dell’erede al trono potrebbe nell’immediato rafforzare la propria leadership ma, a lungo termine, potrebbe anche portare alla rottura di delicati e fragili equilibri in seno ai Saud ed alla stessa società saudita; potrebbe, in poche parole, verificarsi a livello interno quello che è già accaduto in politica estera: per Riyadh infatti, forzare lo scontro con l’Iran ha portato in questo momento a sonore sconfitte su tutti i fronti in cui si è impegnata, a partire dalla Siria, fino alla tragica guerra nello Yemen, passando anche per il mancato isolamento internazionale del Qatar.



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