I confini sacrali dell’omicidio stradale

di Alessandro Meluzzi

La storia è nota. La mancata precedenza spinge il giovane motociclista Matteo Penna a protestare con l’apparentemente quieto guidatore di un van, Maurizio De Giulio, il quale dopo aver raggiunto la moto in un inseguimento furioso investe i due motociclisti, trascinandoli per metri e spiaccicando Elisa Ferrero contro il guard reil. C’è nell’efferatezza di questo gesto una volontà omicida esplicita che, se sarà dimostrata, andrà ben oltre i confini del cosiddetto omicidio stradale recentemente istituito. Si tratta sicuramente di un omicidio volontario, sebbene non premeditato in quanto l’assassino si trovava in uno stato alterato di coscienza, che merita una pena ai confini con l’ergastolo.

Ci troviamo di fronte ad un evento per certi versi già visto ma mai con tanta oscena spettacolarità. Che le persone dentro la corazza della macchina si sentano investite di un’aggressività intangibile e invulnerabile fa parte di una dimensione psicologica. In effetti, protetti dalle lamiere, ci sentiamo in uno spazio privato che ha una risonanza pubblica. La necessità di difendere questa bolla da ogni aggressione a volte può assumere la prospettiva di una piccola strisciata sulla carrozzeria fino ad un incidente vero e proprio, magari a causa del mancato rispetto di una precedenza. Insomma, dietro questa sorta di fortezza che assume nelle nostre giornate infinite l’aspetto di una vera e propria casa, in cui trascorriamo molto tempo, anche le persone miti possono trasfigurarsi in qualche misura in una sorta di alien, capace di esplodere in manifestazioni aggressive che in altre circostanze -senza l’ausilio del mezzo automobilistico- sarebbero state inimmaginabili.

Che cosa trasfigura così violentemente un uomo mite e dalla modesta dimensione etica, facendo di un essere umano senza qualità un vendicatore assassino? Forse è fin troppo facile rifugiarsi nell’elegia delle frustrazioni e dello stress quotidiano. Forse è troppo banale ricordare come la vita di una persona che svolge un’attività normale e appartiene alla media statistica possa cambiare nel momento in cui nel cervello esplodono tempeste in cui immediatamente si catalizzano tutte le paranoie della vita di ogni giorno. Questo magari è successo: l’adrenalina, scatenata dal senso di vendetta, ha sovrastato il raziocinio dominando i comportamenti fino ad esiti tragici e irreparabili.

C’è in tutto questo un’idea di fondo, che è il non rispetto della vita. Quando la vita cessa di essere sacra e intoccabile, trasformandosi in una funzione organico-biologica, allora quella persona che ha urtato i nostri nervi e ha offeso la nostra identità narcisistica diventa un nemico da abbattere. Un nemico che diventa l’oggetto di tutte le nostre frustrazioni. Un nemico che catalizza tutto il male che abbiamo assorbito. Non basterà il carcere e l’esecrazione per risolvere questo problema. Occorre lavorare affinché la vita degli altri appaia qualcosa che non ci appartiene.



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