Il declino dei #renziani

Riavvolgiamo il nastro… Alle ultime amministrative il Pd ha perso e il Centrodestra ha vinto. Questa volta non c’è alcun dubbio. Debacle, Caporetto, cappotto. Il Pd, sempre più affetto da una estesa forma di “sindrome di Stoccolma”, ha stancato, stufato, esasperato anche i suoi stessi elettori. Nei tre anni e passa trascorsi al governo, Renzi ha fatto di tutto per distruggerlo; ha strizzato l’occhio a finanzieri e capitalisti di tutto il mondo; ha perso tutte le competizioni elettorali alle quali ha partecipato, eccezion fatta per le Europee, guadagnate con la “mancetta” degli 80 euro; ha salvato banche gestite da delinquenti che avevano imbrogliato i risparmiatori; ha tentato di stravolgere la Costituzione italiana, perdendo rovinosamente un referendum. In un paese normale uno così lo avrebbero messo alla porta da un pezzo, senza liquidazione. Invece, nel Pd, questo bulletto della provincia fiorentina, straripante e strabordante, stretto nel ruolo di segretario e smanioso di tornare al Governo, continua a fare il bello e cattivo tempo, a decidere nomine e a blindare ministri imbarazzanti. Diciamo la verità. Il Pd ha perso perché Renzi è venuto a noia anche allo zoccolo duro dei suoi elettori in pochissimo tempo. La sua arroganza, le sue promesse, la sua tracotanza, non suscitano più ammirazione o simpatia. Vanno a votare cinque persone su dieci, di cui almeno tre – in una crisi economica che dura da un decennio e ormai toglie l’aria – sbarellano sistematicamente oscillando tra il desiderio di punire qualcuno e quello di credere ai miracoli, che ovviamente non avvengono, e quindi nuova rabbia, nuova frustrazione. Il Centrodestra, davanti alle molte (tu chiamale, se vuoi, contraddizioni…), alle innumerevoli incongruenze del renzismo si rallegra per il momento di surplace, giustificato ufficialmente dal timore di consegnare il Paese ai “barbari” grillini. E fin qui nulla di male, la tecnica di rimanere fermi in equilibrio in attesa del momento migliore per attaccare e sorprendere l’avversario a volte è un dovere perfino politico. Lo stesso Movimento di Beppe Grillo molta erba ha tagliato sotto i piedi all’elettorato di destra e di sinistra. Ma quel che non si dice è che l’universo di menzogne e di ideologismi, di potere e di cinismo del renzismo ha creato un mondo deformato dove ogni cosa ha senso solo e soltanto in relazione al profitto. Un mondo, legato da un cordone ombelicale al renzismo, un novero di persone, industriali, giornalisti e politici, che agisce solo in relazione al profitto, che vuole solo applausi. Gente che non fa quello che fa per loro volere ma perché ci ama, noi e il Paese in cui viviamo. E tutti devono accettare questo unilaterale sentimento di amore. Mai va messo in discussione. Se, ad esempio, un certo Farinetti Oscar, anzi Natale, questo il suo vero nome, l’amico di Renzi, il modello prediletto di quell’imprenditoria vuota che è la stella polare dell’ex premier, il mago dello storytelling ammantato di ottimismo a tutti i costi. Se quest’imprenditore, il fondatore di Eataly, che sa fare benissimo i propri affari, e lo dimostra in ogni istante; il “mercante di utopie”, il mago del senso del lavoro talmente bistrattato che alla fine diventa un privilegio, perfettamente funzionale a questa epoca di precariato edulcorato. Ebbene, se quest’imprenditore nella trasmissione televisiva “Cartabianca” della Berlinguer, a torto o a ragione, può comportarsi con suprema maleducazione con una ricercatrice con un buon curriculum che come tanti se n’è andata dall’Italia per cercare un Paese all’altezza delle proprie aspirazioni, minacciando addirittura querele. Soltanto perché la ricercatrice in questione l’ha messo in discussione. Allora va zittita. Querelata. Intendiamoci: Farinetti è un fior di imprenditore, è riuscito a confermare il made in Italy come marchio di pregio nel mondo, ha “messo su” luoghi simpatici da frequentare, probabilmente ha dato sbocco ad aziende dell’agro-industria che difficilmente sarebbero arrivate sul mercato. Ma una critica, no? Guardatevi il video: in quei cinque minuti di televisione c’è il manifesto dell’era renziana.



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