IL LIBRO DEL VENERDI’ – CHARLES MURRAY E LO “SFASCIO” AMERICANO

IL LIBRO DEL VENERDI’ – CHARLES MURRAY E LO “SFASCIO” AMERICANO. RILEGGERE QUATTRO ANNI DOPO (PRIMA DEL FENOMENO TRUMP) UN SAGGIO CHE FU CONTESTATO E AGGREDITO, MA CHE ANTICIPO’ MOLTO. I RECENSORI “POLITICALLY-CORRECT” OVVIAMENTE NON COMPRESERO.

ANALISI SOCIALE (E ANTROPOLOGICA) DELL’AMERICA BIANCA. DISTANZA (FORSE NON RICOMPONIBILE?) TRA CETI MEDIO ALTI E CETI MEDIO BASSI: E IL DIVARIO E’ PIU’ CULTURALE CHE ECONOMICO.

ELITES E ESTABLISHMENT NON COMPRENDONO PIU’ LE CLASSI MEDIO-BASSE. LE GIUDICANO, MA NON NE CAPISCONO LA SITUAZIONE E LE DOMANDE. OPPURE SPIEGANO LA QUESTIONE SOLO IN TERMINI DI SALARIO.

Il venerdì, Giuditta’s files consiglia e recensisce un libro non italiano, in genere inglese o americano.

Questa settimana ci occupiamo di “Coming apart – The state of white America” di Charles Murray (2012 – ed. Crown Forum)

Buon fine settimana, e ci rileggiamo lunedì.

Charles Murray è uno splendido conservatore-libertario americano, oltre che un raffinato analista sociale, desideroso di andare sempre controcorrente e determinato a non accarezzare mai la “belva” secondo il verso del pelo. La “belva” è – in genere – il pensiero politically-correct.

Quattro anni fa (ben prima del fenomeno Trump!) Murray ha pubblicato un libro che vale più che mai la pena di rileggere oggi. Proprio la campagna di Trump mostra quanto la fotografia sociale scattata da Murray fosse ieri (e rimanga oggi) nitida e a fuoco, e quanto invece fossero (e rimangano) scollegati dalla realtà tanti di quelli che lo aggredirono, a destra e soprattutto a sinistra (indimenticabile una fiammeggiante stroncatura del libro sul New York Times a firma di Paul Krugman). 

Quale la tesi di fondo? Mentre le letture tradizionali (Krugman, ad esempio) ritengono che lo scollamento sociale in America sia determinato solo (o essenzialmente) dalla mancanza di opportunità economiche, Murray prova a raccontare cosa sia accaduto all’America bianca, negli ultimi tre-quattro decenni, in termini di culturali e direi perfino antropologici.

Murray vede un divario ormai difficilmente ricomponibile. Da un lato, una classe alta (“new upper class”) che vive una vita e una realtà separata; dall’altro, una classe più bassa (“new lower class”) che non solo vive peggio della prima, ma si sta neanche troppo lentamente staccando dai pilastri della “costruzione” americana: lavoro, famiglia, comunità.

Molti critici di Murray – come accade in questi casi – se la sono presa con il dito, anziché guardare la luna. Non si tratta di “giudicare”, ma di capire, o almeno provarci. E di comprendere che l’analisi di Murray è un potente monito rispetto alla crisi dell'”eccezionalismo” americano. Murray ha scritto pagine altamente evocative e convincenti, nella sia lunga carriera, cogliendo – a mio avviso – il cuore “tocquevilliano” dell’esperimento sociale americano: il mix di libertà e responsabilità, di scelte individuali e di “virtù” fondative, di tolleranza e industriosità, di difesa dello spazio proprio e di contributo allo spazio comune. Questo saggio del 2012 mostra che quel fantastico laboratorio sociale è entrato in una crisi difficilmente reversibile proprio per il divario tra le due Americhe descritte da Murray.

Cominciamo dalla “new upper class”. Negli anni Sessanta – spiega l’autore – la “old upper class” era certamente più ricca degli altri e viveva comunque meglio (ovvio). Ma il punto è che non era così antropologicamente “diversa” dal resto della società americana: com’è stato scritto, le famiglie ricche mangiavano bistecche migliori e le mangiavano più spesso, quelle povere magari qualche volta in meno alla settimana; le case dei primi erano più belle, ma non così abissalmente diverse da quelle degli altri; gli uni e gli altri vedevano comunque gli stessi programmi televisivi, e così via. Insomma, potevano esserci differenze “quantitative”, ma non una voragine di diversità “qualitativa”.

Oggi – spiega Murray – non è più così. Usciamo da alcuni decenni in cui il “fattore” di differenziazione è stata l’abilità cognitiva, la dotazione intellettuale e di conoscenze, che ha prodotto un vero abisso di differenza sociologica e antopologica, non solo di ricchezza e di status economico. La “new upper class” è fatta non solo di persone che stanno meglio, ma di persone “diverse” dal resto della popolazione: vanno in alcuni college di altissimo livello, si sposano fra di loro, sono essenzialmente “liberal” (nel senso americano, cioè orientati a sinistra), non fumano, sono più magri, ed esprimono “codici” (dalle piccole abitudini di vita su su fino alle grandi scelte) che li rendono totalmente differenti, non omogenei, forse neppure “paragonabili”.

Quanto alla “new lower class”, anche qui c’è stata una novità consistente, spiega Murray, che corrobora la sua analisi con un corredo impressionante di cifre e statistiche. Nei ceti medio-bassi, c’è stato un allontanamento velocissimo e spettacolare da quelli che potremmo considerare i valori fondativi dell’America: industriosità, onestà, matrimonio, religiosità. Murray non giudica: descrive una realtà, una tendenza, un andamento. La fotografia può piacere o no, può essere gradevole o meno: ma indica l’esistenza di due diverse “società”, la seconda delle quali è stata per anni totalmente estranea alla discussione pubblica, all’agenda politica “ufficiale”, prima che – ad esempio – Trump tentasse rumorosamente, anzi fragorosamente, di rivolgersi a “questa” America.

Oltre a recensire il libro, andrebbero recensite le recensioni di allora, di quattro anni fa. Tanti non compresero allora quel che Murray portava sotto la lente del suo microscopio. E tuttora, dopo un anno di “trumpismo”, e a un mese dall’insediamento alla Casa Bianca, la maggior parte degli osservatori europei sono divisi tra il rifiuto sdegnato (la stragrande maggioranza degli osservatori) e il tifo acritico (una sparuta minoranza). Qui – nel nostro piccolo – si indica una terza difficile opzione, lontana dalle prime due: quella di chi prova a capire. Qualunque sia l’esito della presidenza Trump, quella “seconda America” resterà, e sarà molto complicato pensare di continuare a far finta che non esista.

Le élites e gli establishment (nord-americani ed europei) tendono a giudicare, anziché a curvarsi empaticamente su questa enorme fascia sociale. Anziché sdottoreggiare, si facciano passare le statistiche sul rendimento scolastico (in America, in Europa, e anche in Italia!) dei ragazzini bianchi di classe medio-bassa, e comprenderebbero da quei dati disastrosi la sorta di nuovo “apartheid” a cui stiamo assistendo.

Certo, poi dovrebbero prendere in considerazione le spiegazioni (per loro urticanti) di Murray, e allora verrebbero i dolori. Murray se la prende con il welfare state, con l’abitudine dei governi (non solo di sinistra…) di buttar via denaro per megapiani di inefficiente spesa sociale, tutte cose assolutamente non in grado di incidere in positivo sui problemi reali proprio dei ceti più poveri. Murray è lucido e preveggente quando vede – in ciò – un drammatico rischio di avvicinamento degli Stati Uniti ai peggiori vizi del welfare europeo.

Ma quelle élites (in America come in Europa) non gradiscono questa spiegazione: preferiscono urlare contro i “populisti”. Se la prendono con il termometro, insomma: e non si accorgono di essere loro stessi il virus che fa salire la febbre.

on. Daniele CAPEZZONE

 

 



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