Il Piemonte contro la condanna a morte di Djalali

All’unanimità dei votanti l’Assemblea regionale ha approvato, martedì 31 ottobre, l’ordine del giorno presentato dal primo firmatario Marco Grimaldi (Sel) per impegnare la Giunta regionale a sostenere con ogni mezzo possibile il Governo affinché si arrivi in tempi rapidissimi alla liberazione del medico ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, condannato a morte.

Il ricercatore iraniano – che tra il 2012 e il 2015 ha lavorato all’Università del Piemonte orientale ed è conosciuto dai suoi colleghi e dai suoi studenti per essere un professionista rispettoso della sua casa natale, la Repubblica islamica dell’Iran – è stato condannato a morte lo scorso 21 ottobre dal Tribunale della Rivoluzione di Teheran perché ritenuto una spia a favore d’Israele.

Quarantasei anni, sposato e padre di due figli, Djalali è un medico ricercatore nell’ambito della medicina dei disastri, molto conosciuto e rispettato all’interno della comunità scientifica internazionale per le sue ricerche e per l’insegnamento di alta qualità. Ha vissuto e lavorato per tre anni in Italia, a Novara, e quando è stato arrestato era ancora un collaboratore del Centro di ricerca in medicina d’emergenza e dei disastri (Crimedim) dell’Università del Piemonte orientale. Nell’aprile 2016, durante la sua ultima visita in Iran per partecipare a una serie di seminari nelle università di Teheran e Shiraz, è stato arrestato, senza mandato di cattura, con l’accusa di spionaggio e posto in isolamento.
Dopo una settimana di detenzione segreta è stato trasferito presso la prigione di Evin, sotto il controllo del Ministero dell’Intelligence, dove è rimasto per sette mesi, tre dei quali in isolamento e senza assistenza legale, essendogli stato ricusato per due volte un avvocato di sua scelta. Durante la prigionia ha iniziato uno sciopero della fame – e successivamente anche della sete – che lo ha portato a perdere più di 18 chili, aggravando in maniera molto preoccupante le sue condizioni di salute.

Lo scorso dicembre le autorità iraniane hanno fatto forti pressioni Djalali affinché firmasse una dichiarazione in cui “confessava” di essere una spia per conto di un “governo ostile”. Quando l’uomo ha rifiutato, è stato minacciato di essere accusato di reati più gravi. Il processo di primo grado si è concluso con una sentenza di condanna a morte letta lo scorso 21 ottobre a Teheran: l’accusa sarebbe di spionaggio a favore di Israele. Nelle prossime settimane si dovrebbe svolgere il processo di appello, che potrebbe modificare l’esito del primo processo.

Per la sua liberazione si sono attivati da subito l’Università del Piemonte orientale, Amnesty International, che ha lanciato una campagna internazionale per la sua liberazione, la Regione Piemonte, che ha chiesto la revoca della condanna a morte e la scarcerazione di Djalali sollecitando ii Governo italiano e l’Ue a intervenire presso le autorità iraniane.

Il dottor Djalali è conosciuto dai suoi colleghi e dagli studenti per essere un professionista profondamente rispettoso della sua casa natale, la Repubblica islamica dell’Iran; uno dei suoi obiettivi era proprio quello di migliorare la comprensione e la condivisione scientifica tra i diversi paesi, allo scopo di promuovere l’eccellenza nello sviluppo della medicina d’emergenza e dei disastri e la ricerca applicata all’assistenza umanitaria. I colleghi hanno più volte sottolineato come il ricercatore abbia sempre parlato del suo “Imnian heritage” con grandissimo rispetto e orgoglio. La comunità scientifica internazionale non accetta, dunque, le accuse rivoltegli e ritiene che l’unica sua “colpa”, se di colpa si può parlare, possa essere stata quella di aver collaborato – al solo fine di migliorare la capacità operativa degli ospedali operanti nei paesi che soffrono di estrema povertà e che sono colpiti da disastri naturali e conflitti armati – con ricercatori provenienti da tutto il mondo, anche da Stati considerati nemici dalle Autorità iraniane, in particolare Israele. A metterlo in tale situazione potrebbero essere stati, infatti, alcuni articoli specialistici firmati con professionisti provenienti da paesi ritenuti nemici, nonché il fatto di avere partecipato ad un progetto finanziato dall’Ue sulla gestione di emergenze radiologiche, chimiche e nucleari.



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