Irene Nemirovski, Il Ballo. Roma, Newton Compton Editori, 2013. 126 p. (135)

Non sottovalutate questo piccolo libro che narra un’unica vicenda – come si deduce dal titolo – ma che racchiude una ricchezza di notizie ed informazioni di tutto rispetto su una emergente famiglia ebraica di inizio Novecento, inventata, che rispecchia in pratica quella dell’autrice, composta di ricchi banchieri che curano più il lavoro che gli affetti familiari.

Nel breve racconto la signora Kampf organizza, nella ricca società parigina, un ballo che dovrebbe coinvolgere i maggiorenti della città per l’ingresso in società della figlia, ma che in realtà vuole sottolineare solo il prestigio suo e di suo marito e che vedrebbe esclusa dalla festa la stessa figlia quattordicenne.

Anche la lunga prefazione/introduzione di circa 40 pagine di Maria Nadotti non va esclusa dalla lettura, poiché fornisce preziose informazioni, note e precisazioni che puntualizzano ancora meglio e maggiormente quel mondo e che rendono il breve saggio narrativo molto più interessante. Ci vuole molto coraggio, da parte della autrice allora venticinquenne, a mettere in piazza i difetti della società ebraica; pure, lo fa per indicare la necessità di cambiamento e di una maggiore attenzione alle persone, più che al denaro e alle cose. La famiglia protagonista del racconto – padre sempre assente per lavoro, madre volgare, egoista e autoritaria, e figlia nella delicata età dell’adolescenza – è la tipica espressione di arricchiti parvenu, che vorrebbe inserirsi nell’élite dell’alta società parigina attraverso questa iniziativa del ballo da cui Antoinette è paradossalmente esclusa, curando maniacalmente la forma e la scelta degli invitati.

La ragazza, a sua volta, subisce e patisce l’atteggiamento prepotente ed egoista della madre, fino a piangerne quasi ogni notte. Quando capisce che non c’è modo di far cambiare idea alla genitrice, da adulta più che da adolescente, trova il modo di vendicarsi, colpendo il centro del bersaglio, l’orgoglio, l’amor proprio e la vanità di sua madre in una forma indimenticabile.

L’autrice ben descrive, forse per esperienza personale, la sofferenza ed i patemi della giovinezza ed ancor meglio le idee ed i sentimenti della madre, mentre lascia nel vago i pensieri del padre; in ogni caso è molto efficace nell’intrecciare in poco spazio tutto un mondo, descritto in modo scorrevole, intelligente e puntuale, che porta il lettore a partecipare agli avvenimenti. Nel mondo di Antoinette tutte le attese, la purezza e l’onore dei suoi sentimenti subiscono un crollo; conosciamo così un deluso mondo femminile che patisce e soffre del suo isolamento per inspiegabili ragioni sociali oltre che personali. Sembra quasi che il tentativo di crescita della giovane ebrea sia alimentato dall’odio per un mondo adulto che la tiene lontana perché femmina e che fa pensare a molte ragazze di oggi figlie di immigrati che non solo non possono vivere la loro vita in modo autonomo ma vedono il proprio futuro privato delle loro libere scelte e dei loro sogni.

Un’ultima annotazione riguarda la giovane Antoinette che nel finale del racconto consola la madre piangente; sembra quasi – ora che le lacrime della madre si uniscono a quelle della figlia – che nelle società occidentali siano solo il dolore e la sofferenza a far crescere le ragazze e a far maturare le donne adulte del mondo ebraico.

Nel 1931 il regista Wilhelm Thiele ha girato un film tratto da Il ballo, scritto l’anno prima, ed attualmente una pièce teatrale ispirata al racconto è in tournée con unica protagonista Sonia Bergamasco (l’eterna fidanzata del camilleriano commissario Montalbano) che dà vita a tutti personaggi.

Franco Cortese Notizie in un click



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