La grandezza di Soumayla, il silenzio del governo

Pochi giorni fa, in Calabria, un uomo italiano ha visto dei ragazzi africani rovistare in cerca di ferraglia. Ha fermato la sua auto, ha imbracciato il fucile, e da 70 metri ha iniziato a sparare. Come se fosse normale, come se fosse accettabile, in Italia nel 2018.
Ha colpito e ucciso Soumayla Sacko, 29 anni. Lavoratore, migrante, sindacalista. Lottava per i diritti dei braccianti nella piana di Gioia Tauro.

Uomini e donne, persone, che per arrivare in Italia hanno attraversato un deserto, sono sopravvissuti alla Libia delle milizie, hanno preso la via del mare su legni scrostati e beccheggianti. Ora vivono nelle tendopoli italiane, città di baracche dalle quali all’alba si parte per i campi, chinati a migliaia sotto il sole per pochi spiccioli all’ora o a giornata. Accade in Calabria come in tutte le aree agricole del Paese, dove migliaia di vite si radunano quando la terra ha bisogno del sudore di giovani mani perché i suoi frutti arrivino nei mercati, sulle tavole, nelle industrie del Bel Paese.

Si cerca l’assassino, la sua auto, si ragiona sul movente. Qualcuno afferma che la matrice xenofoba è esclusa. Ne dubito, ma lo accerteranno gli inquirenti. Qualcuno ipotizza che ci siano di mezzo clan, controllo dei territori, qualcuno dice “è perché rubava”. Non cambia la sostanza: che la matrice già certa è sociale.

Quella di Soumayla Sacko è una storia di umanità, di quell’umanità ancestrale che dall’inizio dei tempi si sposta mossa dalla speranza, che lotta per strappare un centrimetro di vita in più. È storia della nostra gente, dei contadini italiani che chiedevano più equità ai latifondisti e venivano presi anch’essi a fucilate. È storia che accomuna nord e sud del nostro Paese. Un’amara storia che avrebbe potuto scrivere Steinbeck, è quella storia del mondo che noi non possiamo accettare, contro la quale abbiamo scritto e approvato la legge contro il caporalato, contro la quale la politica tutta dovrebbe far sentire la propria voce, l’opinione pubblica essere più attenta e noi, noi dovremo batterci ancor di più perché le leggi da sole non bastano e la polita altro non è che lavorare per un destino collettivo migliore, la lotta per una vita migliore per ciascuno.

Qui, in questa battaglia, combattuta dal deserto all’Italia, sta la grandezza di Soumayla Sacko, lavoratore, migrante, sindacalista, martire dell’umanità. La sua ombra copre le basse stature del nuovo, silente, ministro del Lavoro, e soprattutto del nuovo ministro degli Interni.

Sarà un caso che questo omicidio avvenga nei giorni in cui Matteo Salvini prende le redini del ministro dell’Interno, nei giorni in cui aizza ancora una volta le folle gridando che la pacchia, per i migranti, è finita. Sarà un caso, ma dal giuramento del 1° giugno è sua piena responsabilità. E non può il Ministro deputato a far rispettare l’ordine e la sicurezza, trattare questa vicenda come se fosse un’altra battuta della sua campagna permanente, twittando questa mattina #colpadiSalvini per ironizzare sulle accuse che gli vengono rivolte. Senza rendersi conto che stava così ammettendo tutta la sua inadeguatezza a servire il Paese.

Tocca a noi sostenere la lotta dei compagni di Sacko, la loro domanda di giustizia, perché se la sicurezza dipende dal colore della pelle o dalla condizione sociale, allora si chiama ingiustizia.

Dobbiamo, però, anche interrogarci. Interrogarci su un modello economico, quello della nostra agricoltura, che tocca due estremi: dell’eccellenza e della sostenibilità da una parte, della schiavitù del bracciantato dall’altra. Affrontiamo continuamente la gig economy, le piattaforme senza volto che sfruttano i fattorini nelle grandi città. Anche lo sfruttamento nelle nostre campagne fa arrivare il cibo sulle nostre tavole, eppure il suo volto è italiano, è quello della criminalità organizzata, è quello di un latifondismo antico che lavora con l’industria moderna. E che si sente in diritto di prendere in braccio il fucile, e sparare su chi alza la testa da terra. Interroghiamoci davvero, perché se la nostra meta è un mondo del lavoro in cui i diritti siano uguali per tutti, allora non possiamo dimenticare Soumayla Sacko. Lavoratore, sindacalista, uomo, eroe di questi tempi difficili.



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