La procura di Macerata ha dato alla fine il via alla sepoltura ai poveri resti di Pamela

Non sapremo mai quanto integri o di quante parti mancasse, ma certamente fatto a pezzetti dopo aver subito una feroce violenza che non si è ancora capito se individuale o collettiva. Comunque un’adolescente è stata abusata. Una ragazza che viveva in una comunità terapeutica per giovani con problemi psicologici e tossicodipendenti. Una ragazza che è stata fatta passare dai media come una tossica scoppiata, morta per overdose di fronte ad un ignaro pusher.

È una vicenda che, come in tutti i casi di martirio, è servita a testimoniare una verità: una città come Macerata, sottoposta ad una migrazione afro-islamica incontrollata, era diventata il perfetto laboratorio di una condizione drammatica che in realtà si sta estendendo un po’ a tutta Italia. Una situazione in cui una tra le mafie internazionali più efferate, quella nigeriana, ha assunto il controllo del territorio in molti segmenti della vita associata. Lo ha assunto per esempio nel traffico della sessualità e degli stupefacenti, prima per interposizione e mediazione di mafie nazionali mentre oggi più direttamente. Una mafia terribilmente insidiosa e violenta che è abituata a considerare la vita pressoché nulla. E gli effetti si stanno già vedendo ma si vedranno anche macroscopicamente in breve tempo. Una mafia che ha già vinto qualche guerra per il controllo del territorio come a Castel Volturno, dove i Casalesi hanno dovuto lasciare il campo ai Nigeriani non solo per ciò che attiene allo spaccio e alla prostituzione ma anche al mercato del lavoro e al flusso di carne umana proveniente dall’Africa, chiamato immigrazione, che le mafie da sempre gestiscono con grandi profitti. In realtà, sono coinvolte altre centrali in connivenza con certi filantropismi di ONG che meriterebbero indagini penali penetranti.

Insomma, dietro la vicenda di Pamela ci sta un verminaio profondo in cui nel nome del globalismo, del migrazionismo, dell’anti-razzismo e di una generosità pelosa si è sgangherato il tessuto sociale di molti comuni italiani per creare una condizione ingovernabile nel futuro ma, in verità, già fuori controllo nel presente.

Per altro, la vicenda di Pamela ci ricorda a quali rischi siano sottoposti i nostri giovani che, in preda alla dipendenza da droga, si affidano a questo terribile mondo che spesso baratta corpi, sessualità, eros malato e prostituzione con sostanze stupefacenti.

Non sappiamo ancora quanto -e se sia vero- ambienti dell’assistenzialismo locale e della borghesia abbiano qualcosa a che vedere con la prostituzione minorile e, in generale, col mercato di corpi giovani attraverso la mediazione della mafia nigeriana. Ma è verisimile dal momento che sembra che stiamo andando proprio in quella tragica direzione.

Quindi, se il futuro governo non porrà fine a questa invasione programmata dell’Italia e a questa nuova implacabile mafia, la sovranità nazionale sarà scossa alle radici. Soltanto un buonismo melenso e stucchevole può pensare che questa sia un’esagerazione. La prima cosa da fare è bloccare immediatamente un flusso di migrazione che scientemente sta portando in Italia non solo foreign fighters e residuali delle guerre dell’Isis ma anche una tra le più pericolose mafie planetarie che militarmente sta progressivamente sostituendo le mafie tradizionali.

La mafia nigeriana ha molto a che vedere con la vicenda di Pamela come ce l’hanno coloro che ne sono stati protagonisti. E se emergerà dall’inchiesta che questa ha avuto qualche cosa a che vedere con la classe produttiva locale, il pericolo apparirà ancora più radicale. Grazie alla pervicacia della madre e dello zio di Pamela questa vicenda non è stata sepolta sotto il tappeto della rimozione, pensando di silenziarla o pensando di farla passare come incidente di percorso di una tossicodipendente morta per overdose. È l’emersione di una punta d’iceberg di una malattia terribile che la povera Pamela ci ha costretto a vedere. Se il suo martirio sarà servito a stabilire una diagnosi, la sua morte non sarà stata inutile.

Alessandro prf. MELUZZI



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