Lezioni di critica #5. Stori(ell)a dell’Arte Italiana d’inizio millennio (II)

Secondo capitolo della ricognizione di Roberto Ago sulle nuove leve dell’arte italiana. Stavolta lo sguardo si sposta sui criteri di promozione degli artisti e sulla necessità di salvaguardare l’identità creativa nostrana.

La scorsa volta si è trattato della difficoltà, a partire dagli Anni Novanta, di storicizzare la nostra arte. Dato un non-sistema dell’arte che non sa identificare, selezionare e promuovere i nostri artisti migliori in vista di una loro storicizzazione prossima ventura (cosa che in America e Nord Europa avviene regolarmente), il risultato è una sorta di sospensione della storicità artistica nostrana. Riconoscendo in un’insufficienza equamente distribuita tra i vari addetti ai lavori la causa inconfessabile di ogni male, non esente tuttavia da rovesci benefici, come si è visto, si è anche sottolineata la disparità dei destini che attendono gli artisti e i loro mentori: condannati a un limbo perenne i primi, immuni da ogni valutazione professionale i secondi. In questa lezione ci occuperemo nuovamente degli uni e degli altri, ma con intenti costruttivi. Iniziando dai mentori: incompetenza a parte, che ne è del mandato etico?
PER UN’ETICA DEL TALENT SCOUT

Non è un mistero che i curatori italiani internazionali, che molto potrebbero fare, snobbino l’arte italiana. Il più delle volte con cognizione, ma spesso senza distinguere un sacrosanto disinteresse particolare da un pregiudizio generalizzato, che in quanto tale è ingiustificabile. Ad esempio, gli artisti che, nella prossima lezione, indicherò come i più solidi e rappresentativi di una temperie artistica relativa ai due decenni appena trascorsi, sono altrettanto bravi dei loro analoghi esteri, ma hanno faticato il doppio per solo convincere quel manipolo di connazionali sufficienti a sostenerli. Una piena unanimità intorno al loro valore manca a tutt’oggi, tanto che ancora non vengono invitati dalle istituzioni estere in mano ai nostri connazionali, né sono mai stati degnamente rappresentati nel Padiglione Italia (il che è anch’esso a dir poco clamoroso). Senza i loro galleristi, i veri promoter dell’arte italiana nel mondo in questa fase storica di eclissi della nostra critica, non ce l’avrebbero mai fatta.
Il meno che si possa dire è che i nostri mentori peccano di provincialismo ed esterofilia, oppure non usano distinguere il valore oggettivo di un artista dal proprio gusto personale, influenzati nel giudizio da questa o quella consorteria (anche solo storiografica). La classe dei promoter dovrebbe comprendere una verità, in fondo, semplice: ciò che conta non è la giostra dei nomi gettonati che vanno e vengono (ma sarebbe più corretto dire il contrario), bensì riconoscere e selezionare i migliori artisti italiani delle diverse fasce generazionali, spingendoli con costanza verso l’unanimità dei consensi, la vera bestia nera del non-sistema italiano. Questi migliori necessariamente non possono coincidere con le centinaia di nomi che calcano le scene da anni, e che se non emergono mai, nemmeno sanno tramontare. Una selezione transgenerazionale che faccia piazza pulita delle retoriche generazionali e sappia rappresentare più che dignitosamente l’arte italiana nel mondo è possibile, ma dovrebbe contemplare l’accordo dei selezionatori, altrimenti ogni credibilità è negata.
Vorrei dunque sottolineare la necessità di adottare una vera e propria “etica del talent scout” propedeutica al raggiungimento di tale unanimità. Essa è composta di quattro ingredienti fondamentali:
Coerenza e parsimonia. La qualità, pur variando al variare degli artisti selezionati, deve mantenersi costante, pena il sabotare l’organico, che non può includere decine di nomi a seconda delle occorrenze.
Discernimento tra valore e gusto personale. Si deve saper selezionare anche i meritevoli che non ci allietano il palato, né magari le serate, e farlo a prescindere dall’età anagrafica.
Fedeltà. Se si variano eccessivamente gli artisti, flirtando a destra e manca, non solo si ammette di fronte al prossimo di non capirci un tubo, ma non si promuovono adeguatamente i pochi che valgono.
Unanimità. I vari Gioni, Bonami, Bellini, De Bellis, Farronato devono poter contare sull’unanimità dei selezionatori intorno a una rosa di nomi accreditata oltre ogni dubbio, altrimenti non li (e si) esporranno mai. Occorre, inoltre, convincerli non solo della possibilità, ma anche della necessità di farlo.
O così, o pomì.
Due esempi di mentori efficaci e fedeli negli anni. Sopra, Germano Celant (con Michelangelo Pistoletto); sotto, Achille Bonito Oliva (con Francesco Clemente)



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