Malattia di Huntington, la ricerca mondiale lavora ‘a 360 gradi’

Nonostante le prime descrizioni risalgano a quasi 150 anni fa, quando George Huntington pubblicò il suo saggio “On Chorea”, l’origine eziologica della malattia di Huntington è rimasta sconosciuta fino al 1993, quando i ricercatori hanno identificato nelle mutazioni del gene HTT – responsabile della produzione di huntingtina – la causa della morte delle cellule neuronali da cui scaturiscono i classici disturbi della malattia. Le aree coinvolte dal danno neuropatologico sono diverse e comprendono, almeno nelle fasi iniziali, lo striato e la corteccia, e, successivamente, anche ipotalamo e ippocampo. Il risultato è che i soggetti affetti sono presi da una complessa sequenza di movimenti involontari e del tutto incontrollabili, che in medicina prende il nome di “corea”. I pazienti colpiti da questa devastante malattia neurodegenerativa vanno incontro anche ad altri problemi di natura intellettiva e ad un pericoloso e inarrestabile declino cognitivo.

Dal punto di vista genetico, la spiegazione del processo eziopatologico è molto più intricata di quanto si sia potuto stabilire, perché se l’espansione delle triplette CAG nel gene HTT si pone come la causa della malattia, lo sviluppo e la progressione della stessa potrebbero essere regolati dalla sinergia di più geni e dal contributo di meccanismi molecolari ancora in fase di approfondimento. Tutto ciò rende più arduo trovare sia gli strumenti per una diagnosi precoce sia una cura per la malattia. Nonostante le difficoltà, però, la ricerca non si arresta, tanto che di recente, sulla rivista Rare Disease Report, sono apparse notizie di enorme interesse sia in chiave diagnostica che terapeutica.

LA DIAGNOSI

In campo diagnostico, una novità di sicuro interesse proviene dalla Imagine Cup, promossa da Microsoft, alla quale hanno partecipato tre giovani menti votate alla realizzazione di un modello semplice ed economico per la diagnosi precoce della malattia.
Hrishikesh Suresh, Declan Goncalves e Zeqi Cui – che hanno costituito una squadra nota come Team NeuroGate – sono giunti alla finale della Microsoft Imagine Cup con un progetto che aiuta ad individuare precocemente il manifestarsi di disturbi neurodegenerativi come la malattia di Huntington e la malattia di Parkinson. Il tutto a un costo appena inferiore ai 50 dollari. Combinando i sistemi di apprendimento automatico e le potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale messe a disposizione dalla piattaforma Azure di Microsoft, i dati sul movimento di Microsoft Kinect e il dispositivo Leap Motion, il Team NeuroGate ha messo a punto un test con cui ha partecipato ad HackHarvard, un evento organizzato dall’Università di Harvard nel mese di ottobre, e successivamente ha ottenuto la prima posizione alle finali dell’Imagine’s Cup canadese.
Si tratta di un enorme successo per Suresh, studente di medicina specializzato in neurologia presso la McMaster University, come per Goncalves e Cui, ingegneri informatici presso l’Università di Waterloo. Ma il vantaggio più grande sarà proprio per i pazienti, dal momento che il test sviluppato dal Team NeuroGate potrebbe stravolgere la modalità di diagnosi delle malattie neurologiche, garantendo tempi di attesa più brevi prima di iniziare la terapia. Suresh spera, infatti, che risultati come questo possano alleggerire il carico di lavoro del medico specialista, offrendo anche ai medici generici mezzi efficaci ed economici per accelerare la diagnosi di malattia a vantaggio della qualità di vita dei pazienti.

LA TERAPIA

Le principali novità sul fronte terapeutico sono legate al successo della tetrabenazina, impiegata per il contenimento dei sintomi della malattia di Huntington. Qualche tempo fa, la redazione di Rare Disease Report ha intervistato il dott. Scott Burton, della Duke University, focalizzandosi su alcune pubblicazioni che lo vedono protagonista, tra cui un recente studio di Fase III, pubblicato su JAMA Neurology, nel quale sono descritti i vantaggi del passaggio alla forma deuterizzata della tetrabenazina – la deutetrabenezina – che sembra produrre risultati interessanti con un miglior profilo di sicurezza.
Il dott. Burton ha spiegato che la tetrabenazina è in grado di ridurre l’eccessiva quantità di dopamina, prodotta a livello del cervello, responsabile di sintomi come la corea, diminuendo in tal modo l’incidenza dei movimenti anormali da cui i pazienti con malattia di Huntington sono affetti. Si tratta dell’effetto opposto a quello registrato nei soggetti parkinsoniani, nei quali la quantità di dopamina è scarsa. Tuttavia, gli effetti avversi collegati al farmaco possono rappresentare un problema: è necessario prestare attenzione ai soggetti depressi che possono peggiorare e giungere addirittura a sviluppare tendenze suicide in seguito ad un sovra-dosaggio del farmaco, che può condurre anche ad un quadro clinico vicino a quello parkinsoniano.
Per tale ragione è stata sviluppata la deutetrabenazina, una nuova versione della tetrabenazina che, nello studio apparso su JAMA Neurology, condotto su 53 pazienti con malattia di Huntington, ha dimostrato di possedere un profilo di sicurezza e tollerabilità migliore, con un minor numero di eventi avversi di tipo neurologico.

E le novità in fase di trattamento non si limitano a questa, dal momento che lo stesso Burton conferma come sia oggetto d’indagine anche il processo di neuroinfiammazione collegato alla malattia. In tal senso, nello studio SIGNAL si sta testando un anticorpo diretto contro i recettori della semaforina, che potrebbe interferire con i meccanismi dell’infiammazione a livello cerebrale, migliorando il corso della malattia.

In aggiunta a tutto ciò, un team di ricerca europeo è giunto alla pubblicazione dei primi risultati di uno studio su una nuova potenziale terapia per la malattia di Huntington basata sull’inibizione dell’istone-deacetilasi 3 (HDAC3), un enzima ritenuto fondamentale per alterare gli importanti meccanismi biochimici che si scatenano nel cervello dei pazienti affetti da questa patologia. Lo studio, condotto su un modello murino della malattia di Huntington, è stato progettato per testare gli effetti di un inibitore selettivo di HDAC3. Il composto sperimentale, chiamato RGFP966, sembra potenzialmente in grado di prevenire la progressione della malattia, evitando le carenze di memoria a livello dell’ippocampo e la degenerazione osservabile nello striato.

LA RACCOLTA DI INFORMAZIONI SULLA MALATTIA

Accanto alle migliaia di persone che stanno sviluppando soluzioni negli ambiti prettamente diagnostico e terapeutico, un enorme riconoscimento va tributato anche a chi si sta adoperando per rafforzare le reti di connessioni che garantiscono la circolazione di dati e la condivisione di informazioni utili al progresso della ricerca. È il caso dei creatori dell’Huntington Disease Network Database (HDNetDB), una rete sviluppata con l’intento di fornire l’opportunità agli scienziati di condividere liberamente i dati e di lavorare con più celerità e profitto all’elaborazione di farmaci specifici in grado di bloccare il processo di morte neuronale tipico della malattia.
“La malattia di Huntington è particolarmente devastante non solo per l’individuo, ma anche per le famiglie colpite, dal momento che oggi siamo in grado di prevedere esattamente chi ne sarà colpito nel corso della vita ma non possiamo ancora fornire alcuna cura”, afferma Matthias Futschik, responsabile del progetto e professore di Bioinformatica presso la University’s School of Biomedical and Healthcare Sciences. “Con HDNetDB abbiamo sviluppato uno strumento di calcolo che consente agli scienziati un accesso libero, aiutandoli a identificare nuovi obiettivi molecolari per lo sviluppo di innovative strategie farmacologiche rivolte contro la malattia. Tale approccio potrà essere applicato anche ad altri disturbi neurodegenerativi, come le malattie di Alzheimer e di Parkinson”.
La piattaforma si propone di offrire un approccio omnicomprensivo, raccogliendo dati su diversi livelli, dagli elenchi di geni e proteine coinvolti nello sviluppo della malattia alle loro interazioni funzionali, dai processi di regolazione ed espressione genica in relazione a farmaci specifici ai diversi fenotipi collegati alla malattia. HDNetDB rappresenta, quindi, una centrale di informazioni gratuita e facilmente accessibile da apposito sito web, uno strumento prezioso per le migliaia di ricercatori che, in tutto il mondo, lavorano alacremente a beneficio dei pazienti con malattia di Huntington.



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