Microplastiche, è emergenza nel Mediterraneo

La quantità delle microplastiche nel Mare Mediterrano è enorme, ma dire enorme non basta. L’emergenza diventa più chiara spiegando che uno studio sulla balenottera comune – un grande filtratore di acqua – ha rivelato che tra la Capraia e l’Arcipelago toscano, la quantità di micro plastiche, ovvero di frammenti di plastica più piccoli 5 mm, è identica a quella rilevata sotto quelle che vengono chiamate le “isole di plastica”.
Una video intervista a Sabina Airoldi, direttrice del Cetacean Sanctuary Research spiega quali siano le emergenze ambientali del Mare Mediterraneo

Sabina Airoldi, qual è il suo ruolo in Tethys?

Oltre a essere un membro del consiglio direttivo, in questo momento dirigo uno dei più vecchi e longevi progetti di ricerca di Tehys che si svolge nel Mar Ligure: il Cetaceans Sanctuary Research, iIn cui la parola Sanctuary indica che la ricerca si effettua all’interno del Santuario Pelagos.
Dal 1988 abbiamo iniziato a condurre i primi monitoraggi in tutti i mari italiani. Quando siamo arrivati nel Ponente ligure, ci siamo resi conto che quell’area pullulava di cetacei.
Nel ’90, con il supporto del principe Ranieri di Monaco e del Rotary Club di Milano, portammo a Bruxelles una proposta per proteggere l’area con il progetto Pelagos che fu poi realizzato da Italia, Francia e Principato di Monaco.
Da metà maggio a fine settembre, noi siamo in mare a condurre le ricerche su tutte le popolazioni di cetacei in questa porzione del santuario Pelagos. Con oltre mille avvistamenti di balenottera, non so quante migliaia di stenelle. Con grandissimo orgoglio voglio dire che questa è la serie storica più lunga dell’intero Mediterraneo.

Quali sono i trend relativi alla loro presenza nel Santuario Pelagos?

Facendo un focus sul nostro Santuario Pelagos, è aumentata sicuramente la stenella striata che è un piccolo delfinide (38.000 individui all’interno del Santuario in estate).
Per quanto riguarda il capodoglio rileviamo che dal 2007 c’è stato un aumento raggiungendo un numero di circa 100 o poco più individui. Nella nostra area di studio sono aumentati anche gli zifi.
In diminuzione troviamo invece la balenottera comune. Ancora più grave è la quasi scomparsa del grampo, un piccolo delfinide di 3 – 3,5 metri di cui ormai abbiamo un solo avvistamento negli ultimi quattro anni.

Raccogliendo dei piccoli campioni di pelle dei cetacei, avete potuto constatare anche la presenza di inquinanti pericolosi?

La pelle serve soprattutto per tutta una serie di studi di genetica e abbiamo scoperto una cosa importante. Le popolazioni degli animali che noi troviamo nel Mediterraneo sono popolazioni mediterranee. Quindi ovviamente a livello di conservazione ancora più piccole e ancora più meritevoli di tutela.
La parte di grasso invece viene utilizzata soprattutto per studiare i contaminanti. In particolare quelle che si accumulano nel grasso che sono sostanzialmente gli organo-clorurati come PCB, DDT, oppure i composti aromatici e ultimamente l’emergenza maggiore in questo periodo è relativa all’inquinamento delle micro plastiche.

Quali emergenze si devono affrontare ora?

L’emergenza del momento è quella della plastica in mare. Il Mediterraneo è uno dei mari più inquinati al mondo per quanto riguarda la micro plastica.
Noi siamo abituati a pensare alle plastiche, alle bottiglie di plastica che galleggiano. Sono tutti pericolosi, ma solo per una quantità ridotta di animali: tartarughe e alcuni cetacei come i capodogli o gli zifi.
A parte questo, in realtà, sono molto più pericolosi per l’intero ecosistema i frammenti che vengono prodotti da questi pezzi di macro plastiche perché la plastica biodegrada in quasi e, a volte, in più di mille anni.
Proprio nel Santuario Pelagos, in collaborazione con l’Università di Siena, con il dipartimento della dott.ssa Cristina Fossi e tutti i suoi colleghi, abbiamo fatto un lavoro di indagine sulle micro plastiche e la loro relazione con un animale che purtroppo, anche non volendo, di micro plastiche si nutre: la balenottera comune che è un filtratore.
Abbiamo scoperto che tra la Capraia e l’Arcipelago Toscano la quantità di micro plastiche, ovvero frammenti più piccoli 5 mm, è identica a quella rilevata sotto quelle che vengono chiamate le “isole di plastica”.
E mi si dirà: ma la plastica è inerte. Ma non i suoi additivi!
Alla fine però l’ultimo fruitore non è solo il grande cetaceo o la balena, è l’uomo: nel nostro piatto.



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