Non chiamatele periferie

A Scampia, nove abitanti a metro quadro. Allo Zen, tredici. Nell’alveare di cemento di Tor Bella Monaca, addirittura trentasei. I quartieri-ghetto sono dei concentrati demografici di storie e notizie (spesso non buone). Ma la periferia italiana è molto più diffusa, s’insinua ovunque come la polvere. «Ricomincia per migliaia di volte» scriveva Pasolini, e i censimenti dell’Istat lo confermano. Anche gli interventi pubblici e privati contro il disagio cominciano, finiscono (magari a metà) per ricominciare in eterno: le risorse invece sono tutt’altro che inesauribili. A non mancare mai sono i dati.

A ottobre 2016 il Parlamento ha costituito una Commissione d’inchiesta, per indagare su «le condizioni di sicurezza e lo stato di degrado delle città e delle loro periferie». In tredici mesi, venti deputati hanno fatto 32 riunioni e 12 sopralluoghi, incontrato 82 esperti e istituzioni locali. Ne sono usciti quattordici cartogrammi di altrettanti capoluoghi italiani: da Messina a Venezia, ogni quartiere è stato esaminato e categorizzato, numerato in base a una serie di indicatori, che moltiplicano le città in un caleidoscopio di infografiche (308 in tutto). Gli esperti hanno congegnato infine un «indicatore degli indicatori»: misura la «vulnerabilità sociale» sintetizzando sette parametri «che tengono conto dell’esposizione della popolazione a situazioni di incertezza sociale ed economica», si legge nel rapporto pubblicato a gennaio.

La fotografia del problema è la premessa necessaria per un intervento congiunto di Enti pubblici, Terzo Settore e secondo welfare, scrive la Commissione nelle sue osservazioni. Prima constatazione: la maggior parte degli abitanti delle metropoli italiane (circa il 75 per cento) vive fuori dai centri urbani, in periferie o semi-periferie. Si parla di 7,2 milioni di persone. Abitano in quartieri più o meno decorosi, diversi «per conformazione fisica e condizioni sociali», ma tutti «egualmente interessati da fenomeni di degrado, marginalità, e da una minore dotazione di servizi» osserva il rapporto. Le città del Sud sono in fondo alla classifica in termini percentuali: a Napoli, Catania e Cagliari oltre due persone su cinque vivono in contesti disagiati. Ma è nella Capitale il record in termini assoluti: 887mila persone. E anche nei più ricchi capoluoghi del Centro-Nord – comprese le città d’arte: Firenze, Venezia – almeno un terzo degli abitanti vive a contatto ravvicinato con famiglie in condizioni fragili.



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