Non soldi, ma vie d’uscita. Medici Senza Frontiere e quello che va fatto in Libia

Da oltre un anno, l’organizzazione internazionale medico-umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) presta assistenza medica alle persone nei centri di detenzione in Libia e vede con i propri occhi le estorsioni, gli abusi fisici e la privazione dei servizi di base che uomini, donne e bambini subiscono. Migranti, rifugiati e richiedenti asilo sono trattati come merci da sfruttare. Lo spazio a disposizione per ogni detenuto è talmente limitato che le persone sono costrette a vivere una sopra l’altra. Manca aria, luce e ventilazione, e abbonda la sporcizia. La scarsità di cibo ha portato a casi di malnutrizione anche tra gli adulti. Gli uomini ci raccontano come a gruppi siano costretti a correre nudi nel cortile finché collassano esausti. Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate.

Il dramma che queste persone stanno vivendo nei centri di detenzione arbitraria in Libia dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Unione Europa. Invece, la riduzione delle partenze dalle coste libiche è stata celebrata come un successo nel prevenire le morti in mare e combattere le reti di trafficanti. Ma la realtà è che la decisione dei governi europei di trattenere migranti e rifugiati in questa situazione o di rimandarli nei centri di detenzione alimenta un sistema criminale di rapimenti, torture ed estorsioni. Da tempo, MSF denuncia le atroci sofferenze che le politiche sulla migrazione dei leader degli Stati membri e delle istituzioni dell’UE stanno alimentando in Libia, nel tentativo di bloccare le persone a qualunque costo.

Nonostante i governi abbiano dichiarato la necessità di migliorare le attuali condizioni delle persone, i risultati sono lontani dall’arrivare. L’aumento di finanziamenti non è la risposta per alleviare le sofferenze vissute dalle persone rinchiuse nei centri di detenzione. È per questo motivo che MSF ha respinto la proposta di affidare alle ONG la gestione dei campi profughi in Libia. Inoltre, è dal 2016 che MSF non accetta fondi da alcun governo europeo o dall’UE in polemica con le politiche europee di contenimento dell’immigrazione. Infine, pur capendo e apprezzando la sensibilità del ministero degli Esteri nello spingere le organizzazioni italiane a contribuire al miglioramento della situazione nei campi in Libia, lì operiamo già autonomamente, senza fondi pubblici. Temiamo che questa idea di dare alle ONG la gestione dei centri in Libia appaia come una strumentalizzazione dell’azione umanitaria e del lavoro delle ONG da parte di un governo che ha contribuito a creare una condizione di intrappolamento delle persone nel Paese. A prescindere dalle nostre attività in loco, è l’intero sistema di detenzione arbitraria che va superato.

Ciò di cui hanno bisogno i migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo intrappolati in Libia è una via di uscita. Le persone devono poter accedere a protezione, asilo e quando possibile a migliori procedure di rimpatrio volontario. Hanno bisogno di raggiungere la sicurezza, attraverso canali legali e sicuri. Per MSF, vie legali e sicure sono l’unico modo per proteggere i diritti delle persone in fuga, assicurare un controllo legale delle frontiere europee e rimuovere quei perversi incentivi che consentono ai trafficanti di prosperare.



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