OGGI TEMA DOPPIO: IL CASO FACCI E LE SURREALI MINACCE GOVERNATIVE CONTRO TELECOM

STEFANO

-ABOLIRE IL CATAFALCO BUROCRATICO DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI 

-GOVERNO ITALIANO OLTRE IL RIDICOLO: SULLA BANDA LARGA, MANCAVANO SOLO LE MINACCE DI STATO AI PRIVATI. SE IL PRIVATO INVESTE, ADESSO RISCHIA DI ESSERE TRASCINATO IN TRIBUNALE DALLO STATO? 

Come sapete, il giornalista Filippo Facci è stato sanzionato (sospensione) dall’Ordine dei giornalisti per un articolo ritenuto offensivo nei confronti dell’Islam.

Il tema non è se Facci abbia ragione o no, se le sue opinioni siano condivisibili o condivise (da me, per quel che vale, sì, nel caso specifico). Il tema è che il free speech è l’essenza stessa di una democrazia, di una società che voglia in qualche modo aspirare ad essere libera. Il fatto che un piccolo politburo detto “Ordine dei giornalisti” (non a caso, esiste quasi solo in Italia…) pensi di potersi trasformare in luogo di censura, di vaglio delle opinioni “ammissibili” e di quelle “inammissibili”, suggerisce un solo rimedio (einaudiano, peraltro): abolire quel catafalco burocratico.

Undici mesi fa (era il 7 luglio scorso), insieme al collega deputato Massimo Corsaro, organizzai alla Camera un convegno dal titolo “Banda larga, neostatalismo largo e uso largo di denaro pubblico”. Parteciparono tra gli altri Raffaele Barberio, Lorenzo Castellani, Franco Debenedetti, Luigi Gabriele, Pietro Paganini, Giuseppe Pennisi, Massimiliano Trovato, e – lo cito per ultimo perché le sue analisi sono assolutamente imprescindibili per chiunque voglia capire qualcosa di questa intricata vicenda – il professor Francesco Vatalaro. 

Intendiamoci bene. La banda larga è una bella cosa, ci mancherebbe altro. Le autostrade telematiche, l’innovazione tecnologica: chi può essere contrario, in astratto? Ma il punto è scendere nel concreto. Se scopri che lo stato (tramite Enel) stanzia una barca di soldi pubblici (6 miliardi!!!) per un’opera che rischia di non giungere nemmeno in porto, che – se anche ci giungesse – non arriverebbe in tutte le case, e che comunque rischia di essere una ennesima occasione italiana di spesa pubblica allegra, di costruzione di cattedrali nel deserto, non vale forse la pena di porsi qualche domanda? 

Un anno dopo, si rischia di passare dal preoccupante al tragicomico. Nei giorni scorsi, infatti, con un’azione mediatica a tenaglia, due autorevoli esponenti del governo (Claudio De Vincenti e Antonello Giacomelli) hanno sostanzialmente minacciato Telecom (prospettando azioni per danni, nientemeno…) per l’intenzione della stessa Telecom, partendo dalla propria rete, di investire a sua volta anche nelle aree ritenute potenzialmente poco redditizie, “rischiando” così di anticipare Enel, la quale sconta un sensibile ritardo a causa della necessità di trovare clienti e delle conseguenti perplessità sulla “bancabilità” del suo progetto. 

Morale della favola. Chi scrive non è un fan dell’operazione, chiunque la svolga. Ma è surreale che lo stato pretenda di impedire a un’azienda privata di fare le proprie scelte, e voglia invece imporre mega-investimenti pubblici (con i soldi dei contribuenti) da parte di Enel e Cdp.

Le domande (almeno due) nascono spontanee, come diceva quel tipo della tv. Primo: fino a quando non ci libereremo di questo interventismo economico pubblico alla venezuelana? Secondo: non sarà che alcuni già pregusta(va)no golosamente una cascata di appalti e appaltini locali, in piena campagna elettorale? 

on. daniele capezzone

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