PARLAMENTO, REGIONI, COMUNI: SE TOGLI SENSO ALLE OPPOSIZIONI, E DUNQUE ALL’ASSEMBLEA, COSA RESTA?

PARLAMENTO, REGIONI, COMUNI: SE TOGLI SENSO ALLE OPPOSIZIONI, E DUNQUE ALL’ASSEMBLEA, COSA RESTA? SOLO IL MIX TRA FIDUCIA E PIAZZA, TRA TECNOCRAZIA E PROTESTA…

E IL PARADOSSO E’ CHE QUESTO AVVENGA (IN ITALIA) SENZA NEANCHE AVERE GOVERNI FORTI, PERCHE’ NON SI HA IL CORAGGIO DI AFFRONTARE I NODI DELLA FORMA DI STATO E DELLA FORMA DI GOVERNO…

ERGO, HAI TUTTE LE DEBOLEZZE DELLE ISTITUZIONI FRAGILI, E TUTTE LE PREPOTENZE PERICOLOSE DELLA MANCANZA DI CONTRAPPESI.

IL CONFINE TRA AVANSPETTACOLO E CAOS PUÒ ESSERE PIÙ SOTTILE DI QUANTO SI IMMAGINI.

Dimenticate per un momento il merito della questione, e cioè – oggi, nel caso specifico – la legge elettorale. Lasciate da parte ogni aspetto strettamente politico: l’essere favorevoli, l’esser contrari, l’esser (saggiamente) dubbiosi e divisi. Ne abbiamo parlato ieri mattina.

Concentriamoci invece su una tendenza che in Italia riguarda sia il Parlamento nazionale (tra abuso della fiducia e interpretazioni regolamentari audaci) sia le Regioni sia i Comuni (a partire dall’inspiegabilmente mitizzato 1993, fonte di tanti disastri…).

Se tu togli senso alle opposizioni, se svuoti il ruolo e il lavoro dell’assemblea, se non vincoli anche la minoranza alla presentazione di una sua controproposta che abbia un chiaro profilo alternativo, se non consenti anche plasticamente il confronto tra due opzioni (anche con dignità “televisiva”: in modo che il cittadino sappia sempre cosa ha proposto la maggioranza e cosa hanno controproposto le opposizioni), cosa resta?

Resta solo il mix (reciprocamente funzionale, nonostante gli insulti incrociati) tra fiducia e piazzate, tra deriva tecnocratica e protesta urlata. Con governi non scelti da nessuno che sono il pendant logico del Dibbah comiziante in piazza (ieri nella piazza “giusta”, dopo la gaffe del giorno prima, quando aveva sbagliato palchetto…).

Badate bene. Chi scrive (il buon Dio o chi per lui ce ne scampi!) non è un affatto sostenitore della “centralità del Parlamento”, né un assemblearista. Ma il paradosso è che tutto ciò avvenga in Italia senza neanche avere governi forti, perché nessuno ha avuto il coraggio di affrontare i nodi della forma di stato e della forma di governo, scegliendo un chiaro modello di riferimento (Washington? Parigi? Londra?), da cui far discendere – dopo, ma solo dopo, non prima – un sistema elettorale coerente.

Ergo, ti ritrovi con tutte le debolezze delle istituzioni fragili, e con tutte le prepotenze pericolose che derivano dalla mancanza di contrappesi (checks and balances).

Succede, se si è prigionieri del “giorno per giorno”, di una dimensione condominiale, asfittica, piccola. Occhio, però: se queste disfunzioni già emergono in situazioni tutto sommato ordinarie, cosa accadrà quando (un esempio a caso: primavera-estate 2018) l’Italia si vedrà presentare (tutto insieme) il “conto” dei problemi irrisolti di questi anni, tra debito pubblico alle stelle, rialzo dei tassi, fine del QE e nuove massicce emissioni di titoli da piazzare?

Altro che fiducie alla chetichella e comizietti di Dibbah, a quel punto…Il confine tra avanspettacolo e caos può essere più sottile di quanto si immagini.

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