PETROLIO, LO “STRANO” SUICIDIO DELL’INGEGNER GRIFFA ELIMINA QUALSIASI ALIBI A ENI, REGIONE E GOVERNO. SI CHIUDA PER SEMPRE IL COVA E SI INDIVIDUINO TUTTE LE RESPONSABILITÀ

L’inquietante vicenda dello “strano” suicidio dell’ingegnere Eni che lavorava al Cova di Viggiano, impone una svolta radicale nello scenario dell’emergenza petrolio in Val d’Agri (Basilicata).

Comunque sia avvenuta la dolorosa morte dell’ingegnere, verificatasi nel 2013, una cosa appare certa: già dal 2012 l’Eni sapeva che al centro oli di Viggiano c’era una fuoriuscita di greggio dai serbatoi che stava inquinando i terreni e le falde acquifere dell’area circostante.

Ora, niente potrà essere più come prima e tutte le istituzioni pubbliche coinvolte, a partire dal Ministero dello sviluppo e della Regione Basilicata, per arrivare alla Procura di Potenza, dovranno prenderne atto. Anche perché lunedì 6 novembre inizia il processo a Eni e ad altri 56 soggetti, per fare luce sullo smaltimento dei rifiuti prodotti nel Cova di Viggiano e sui lavori per la realizzazione del centro oli Tempa rossa della Total.

Se esaminiamo quanto hanno scritto i giornali, la morte del povero ingegnere 38enne della provincia di Cuneo, Gianluca Griffa, ex responsabile di stabilimento del Cova di Viggiano, sarebbe avvenuta dopo che aveva raccontato ai dirigenti Eni dei problemi presenti all’interno del centro oli, tra serbatoi danneggiati, emissioni in atmosfera e fiammate anomale.

Due frasi, attribuite a Griffa e raccontate dai giornali, sono particolarmente raccapriccianti: mi è stato imposto di tacere; se capita o mi capita qualcosa consegnate questa lettera ai carabinieri di Viggiano.

Da quanto è emerso, dopo le esternazioni sulle problematiche al Cova, il giovane ingegnere subì delle ferie forzate, venne rimosso dall’incarico e il 22 luglio 2013 fu convocato a Milano per un ulteriore incontro con i vertici dell’Eni. Purtroppo, dell’esito di quell’incontro non si è mai saputo nulla perché quattro giorni dopo l’ingegnere scomparve e venti giorni più tardi il suo corpo fu ritrovato nei boschi nei dintorni del suo paese.
In Piemonte il caso fu archiviato come suicidio, ma furono trovate delle lettere lasciate ai genitori e alla fidanzata, e spuntò anche una sorta di “memoriale” sulla sua esperienza lavorativa in Basilicata. Inoltre, ieri, qualche giornale ha scritto che la scena del ritrovamento del corpo appariva alterata.

I punti oscuri da chiarire sono tanti: prima di tutto se è vero che il giovane, prima di morire, avesse informato dei problemi tecnici al centro oli Eni, i carabinieri di Viggiano, gli ispettori di polizia mineraria (Unmig) e il Ministero dello sviluppo economico.

Se così fosse sarebbe gravissimo e occorre indagare e capire perché chi doveva intervenire non lo ha fatto. In particolare, fermandoci alle responsabilità politiche, dovrà essere il Ministero dello sviluppo economico a spiegare cosa è avvenuto e la Regione Basilicata ad assumersi la responsabilità della sua assenza e dei suoi silenzi.

Tuttavia, dopo la scoperta di questa fosca vicenda, dopo aver conosciuto i drammatici dati della Vis sulla salute dei cittadini della Val d’Agri e a seguito dei numerosi casi di inquinamento, il futuro del Cova e degli impianti petroliferi Eni è segnato. Pertanto, la Regione Basilicata e il governo nazionale non hanno più nessun alibi e dovrebbero ordinare immediatamente il blocco di tutte le attività, così come il M5S chiede da anni.



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