Piccoli comuni: ecco come agiscono le politiche regionali

In commissione Affari istituzionali, presieduta da Giacomo Bugliani (Pd) è stata presentata un’analisi fatta dagli uffici consiliari sugli effetti della legislazione di settore. Gli incentivi non superano le resistenze verso forme di gestione associata

Firenze – I Comuni toscani in condizioni più disagiate sono quelli montani di piccola, se non piccolissima, dimensione, che occupano i primi trenta posti nella specifica graduatoria regionale. Tutti hanno una popolazione inferiore ai tremila abitanti. Nella graduatoria, ben 115 comuni, dei 142 che nel 2015 risultano essere al di sotto della media regionale, hanno una popolazione inferiore ai cinquemila abitanti.

I dati sono emersi da una nota informativa sull’attuazione delle politiche di settore, presentata dagli uffici consiliari alla commissione Affari istituzionali, presieduta da Giacomo Bugliani (Pd). Il monitoraggio e la valutazione degli effetti prodotti sono espressamente previsti dalla legge regionale 68/2011, che rappresenta una sorta di testo unico delle norme sul sistema delle autonomie locali.

I comuni classificati montani o parzialmente montani dalla legge statale, più restrittiva rispetto a quella regionale, sono 151, circa il 54% del totale. Negli ultimi due anni ci sono state alcune fusioni, che hanno portato all’estinzione di 16 comuni ed alla nascita di 8 nuove amministrazioni. Dal 2015 in Toscana ci sono in totale 279 amministrazioni comunali, di cui 126 con popolazione inferiore ai 5mila abitanti. L’indicatore unitario del disagio (Iud), che tiene conto di variabili come l’asperità morfologica del territorio, la dimensione e la densità demografica, il tasso di popolazione anziana, il tasso di attività delle imprese, il gettito dei tributi locali, è diminuito, come pure il numero dei comuni con Iud al di sopra della media regionale.

Gli interventi della Regione in favore dei comuni disagiati sono molto articolati e le agevolazioni interessano i servizi educativi per l’infanzia, i servizi sociali e di emergenza sanitaria, il trasporto pubblico e la viabilità rurale, l’edilizia scolastica, la gestione dei rifiuti, il recupero del patrimonio edilizio esistente.

Per garantire i servizi di prossimità è previsto un contributo massimo di 50mila euro alle unioni dei comuni. Negli anni 2013 e 2014 sono stati erogati circa 1 milione e 200 mila euro, utilizzati in gran parte per servizi di trasporto sociale integrativo.

L’utilizzo del fondo spese progettuali per la realizzazione di opere pubbliche e la redazione di piani strutturali e regolamenti urbanistici è andato progressivamente diminuendo negli anni 2013 e 2014, per poi risalire nel 2015. A fronte di una consistenza del fondo di rotazione di 2 milioni annui, nel periodo 2012-2015 sono stati erogati poco più di 1 milione e 277 mila euro. Le somme devono essere restituite entro 36 mesi dalla concessione, senza oneri a carico dei beneficiari. Tecnicamente è comunque una forma di indebitamento ed il patto di stabilità ha inciso negativamente.

La legge regionale 68/2011 prevede, inoltre, finanziamenti specifici per le amministrazioni in maggiore difficoltà, sotto forma di contributi annuali concessi in misura uguale a ciascun comune, pari nel 2014 a 25mila euro. Il dato che emerge è l’aumento dei comuni esclusi dal finanziamento per la mancata attivazione dell’esercizio associato delle funzioni fondamentali previsto dalla normativa. Sembra, cioè, che gli incentivi finanziari non siano sufficienti a superare le resistenze di alcune amministrazioni verso la nuova forma di gestione.

“È fondamentale che i consiglieri regionali siano messi a conoscenza della situazione di difficoltà in cui versa all’incirca la metà dei comuni della Regione, per lo più collocati in zona montana – ha sottolineato il presidente Bugliani –  È, infatti, indispensabile utilizzare al meglio le risorse che la Regione può mettere a disposizione di questi enti per migliorare i servizi ed evitare, di conseguenza, lo spopolamento di queste aree”. (dp)

 



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