Processo ai social media… ma solo se la sinistra perde le elezioni

Internet e i social media dopo il 4 marzo sembrano essere diventati il male. Dopo la disfatta del Pd, molti commentatori hanno descritto Facebook, Twitter e anche Instagram come luoghi di indottrinamento in cui molti cervelli vanno all’ammasso. La Rete è stata aspramente criticata perché ritenuta promotrice di contenuti esclusivamente deleteri come fake news, teorie del complotto e istanze novax. Ma Internet è davvero il male o la questione è un po’ più complessa?

Partiamo da un’osservazione apparentemente banale. Ogni strumento tecnologico, di per sé, non è né buono né cattivo. Tutto dipende dalle modalità e dalla disposizione mentale con cui viene utilizzato.

Negli anni del boom televisivo, ad esempio, la Tv era aspramente criticata per i suoi programmi frivoli e diseducativi. Secondo alcuni portava ad un imbarbarimento e ad una riduzione delle capacità critico-intellettive. In realtà il piccolo schermo garantiva contenuti di vario tipo a seconda degli interessi, e permetteva alle masse di informarsi e trascorrere il proprio tempo libero in una modalità rivoluzionaria che comprendeva, per la prima volta nella storia, video ed immagini. Con il passare del tempo la Tv avrebbe assunto sempre più dinamiche commerciali indirizzandosi verso programmi di intrattenimento.

Seguendo questo sviluppo dal punto di vista politico, Berlusconi aveva tratto enormi vantaggi dalla sua forza mediatica. Grazie alla propria esperienza nel campo televisivo, ‘Sua emittenza’ era riuscito ad applicare le sue tecniche comunicative alla politica. Pertanto, secondo i suoi detrattori, guardando le reti Mediaset il cittadino-elettore finiva per votarlo, secondo l’arcinoto postulato per cui: “Berlusconi vince le elezioni perché ha le televisioni”. Assunto maldestro e soprattutto indimostrabile. Questo ragionamento infatti presupponeva che qualsiasi italiano guardando uno stesso programma reagisse allo stesso modo, e che ad uno stimolo corrispondesse una e una sola risposta, tra l’altro positiva. Una teoria comportamentista, eccessivamente meccanica, insufficiente per comprendere la politica della fine degli anni Novanta e dell’inizio del Duemila. Anche perché non tutta l’informazione era schierata con il Cavaliere. Dopo la discesa in campo la Rai non era stata certo accomodante con il leader di Forza Italia, per non parlare della carta stampata.

Un processo simile sta avvenendo oggi nei confronti di Internet. Il Web è uno strumento preziosissimo che permette ormai a più di quattro miliardi di persone di connettersi e scambiarsi informazioni in tutto il mondo. Tramite i social, Internet assicura l’interconnessione del globo e la circolazione di una quantità impensabile di notizie e dati. La Rete è effettivamente uno strumento rivoluzionario che ha cambiato il nostro modo di vivere, superando la comunicazione unidirezionale della televisione, aprendo a dinamiche interattive. Il cittadino non riceve più il messaggio passivamente ma può produrlo, commentarlo, condividerlo, scegliendo ciò che più gli interessa.

Tuttavia in questo enorme flusso informativo si nascondono delle insidie che possono ingannare l’utente. A partire dalle fake news e dalle teorie del complotto, il cui potenziale, però, è facilmente limitabile tramite un approccio critico alla Rete. Anche in questo caso il potere è dell’individuo. Come il telespettatore poteva cambiare canale o spegnere il televisore, l’utente può togliere il “mi piace” o smettere di seguire determinate pagine, coltivando il dubbio sui contenuti più oscuri.

Eppure diversi commentatori continuano a ritenere che la stragrande maggioranza degli utenti del bel Paese sia facilmente influenzabile e manipolabile dalla Rete, postulando lo strapotere delle fake news sul popolo bue.

Guardando al passato, però, queste semplificazioni possono essere facilmente chiarite. A partire dai loro fautori. Come durante il berlusconismo gli elettori del Cavaliere venivano tacciati di ignoranza per via di supposte manipolazioni televisive, oggi gli elettori di Lega e Movimento 5 Stelle vengono considerati culturalmente inferiori perché caduti nelle trappole del Web. Stranamente questi strali giungono sempre da sinistra, casualmente dopo disfatte elettorali di un certo peso. Dall’alto della sua presunta superiorità morale e culturale il Pd prende a male parole tutti coloro che alle urne gli hanno girato le spalle. E per contrastare i vincitori attacca il medium che non ha saputo utilizzare: se prima era la Tv, oggi è Internet. Chissà cosa ci riserverà il futuro.   

di Martino Loiacono

atlantico.it



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