Sardegna: un’isola ricca di cultura, buona cucina e mare

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Sardegna – Questo articolo vi parlerà di una terra – comunemente conosciuta per le sue spiagge, il suo mare e per la sua cucina – osservata questa volta con un’attenzione culturale e spirituale rivolta alle chiese romaniche.

Sono circa 150 quelle inquadrabili in questo stile architettonico, di cui un centinaio quelle più importanti; ne abbiamo visitato una quindicina (non tutte erano aperte) e ne descriviamo succintamente solo sei, quelle che ci hanno più colpito. Importanti testimoni storici di quando la Sardegna diventava protagonista nel Mediterraneo con i suoi quattro Giudicati (ricordati dai quattro mori dalla testa fasciata della sua bandiera) caratterizzati da una propria struttura politica e militare, queste chiese non sono solo maestose, più o meno rilevanti per il loro valore religioso, ma anche fedeli testimoni di un valido passato storico ed architettonico, tutte più o meno edificare tra l’XI e il XIII secolo.

L’unico neo che ci sentiamo di segnalare riguarda la, a volte insufficiente, segnalazione stradale e la scarsa documentazione locale.

S. Antioco di Bisarcio (Ozieri). Dedicata all’africano santo guerriero fu costruita da maestranze toscane fra il 1065 e il 1082; nel 1153 fu danneggiata da un incendio e quindi restaurata e ampliata. Eretta in trachite e tufo verde, è a tre navate con abside, divise da colonne monolitiche in trachite rossa con bei capitelli. La volta centrale ha copertura lignea, le laterali a crociera; l’avancorpo in stile francese ha nel piano superiore tre stanze in una delle quali si trova un grande camino con una mitria vescovile scolpita sulla cappa. I fianchi della chiesa, illuminata da monofore e dalle due bifore della facciata, sono decorati con archetti. Preparata e cortese la guida che accompagna i visitatori.

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Santissima Trinità (o Nostra Signora) di Saccargia (Codrongianus). Costruita nel XII secolo su una preesistente abbazia camaldolese (1112) dal giudice Costantino I in pietre bicromiche calcaree e basaltiche. La parte più antica (prima del 1150) è rappresentata dalle absidi, dal tetto in legno e dalla navata centrale, mentre l’innalzamento della stessa, la nuova facciata preceduta da un portico a tre archi ed il campanile sono successivi. All’interno gli archi poggiano su capitelli scolpiti con animali fantastici e foglie intrecciate. Sulla facciata, due serie di 5 falsi archi con al centro una bifora; quello centrale è scolpito, negli altri trovano posto grandi formelle policrome a motivi geometrici e decorazioni in ceramica. Imponente il grande campanile a pianta quadrata con bifore e trifore. La chiesa è a croce latina e nella volta a crociera dell’abside centrale, più grande, propone un affresco di scuola tosco-laziale.

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Santa Maria del Regno (Ardara). Edificata in trachite, pietra vulcanica scura, prima del 1065 col castello (oggi ruderi) dall’ultima giudichessa, Giorgia de Lacon-Gunale era il luogo dove venivano investiti e giuravano i Giudici di Torres. A tre navate con abside, copertura in legno e capitelli scolpiti, presenta una facciata architravata decorata da una bifora con colonnina al di sopra della quale trova posto un’apertura a forma di croce. Decorano i fianchi archi semicircolari intervallati da lesene; il campanile, poi crollato, era originariamente a forma quadrata; oggi sulla base sopravvissuta trova posto un campaniletto a vela con tre campane. All’interno, illuminato da monofore, un bel pulpito scolpito del secolo XV-XVI, mentre sulle colonne trovano posto affreschi del XVII secolo staccati e riportati su cartongesso raffiguranti i santi Pietro e Paolo, gli evangelisti e i 12 apostoli. L’altare maggiore è sormontato da un raro e grande retablo con 30 tavole a fondo oro datato 1515.

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San Gavino (Porto Torres). E’ la più grande chiesa romanica in Sardegna e sorge là dove fu la città romana di Turris Libisonis in cui venne martirizzato il santo. Fu costruita in pietra calcarea chiara in stile pisano nel primo decennio dell’anno Mille dal Giudice Gonnario Comita de Lacon-Gunale quale ex-voto per la guarigione dalla lebbra. Biabsidata, è composta da tre navate separate da pilastri e colonne alcune delle quali provenienti dalla città romana; quella centrale ha volta lignea con copertura in lastre di piombo, mentre quelle laterali hanno volta a crociera. In una navata trova posto una grande iscrizione bizantina (sec. VII – VIII) che celebra la vittoria dei Sardi sui Longobardi. L’esterno è decorato ad archetti e lesene con monofore alternate per illuminare l’interno. Uno dei portali d’ingresso è in stile gotico-catalano, un altro (a Nord) è in stile romanico, nella lunetta del quale è rappresentata una battaglia tra cavalieri. Nell’ampia cripta sono collocati vari sarcofaghi romani e le reliquie dei martiri Gavino, Proto e Gianuario.

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San Pietro di Sorres (Borutta). In un’area già abitata in epoca bizantina sorge questa chiesa edificata nella seconda metà dell’XI secolo sotto il regno di Mariano I de Lacon-Gunale in calcare e trachite nera nel tipico stile pisano. Il suo interno è a tre navate con abside, separate da archi bicromici e volte a crociera. L’originale facciata è divisa orizzontalmente in tre ordini di decorazioni.

Il portale principale, con arco semicircolare allungato, bicromico e grande croce nella lunetta, propone ai lati quattro archi chiusi che poggiano su false colonne, al centro dei quali trovano posto elaborate formelle geometriche di gusto arabeggiante dovute forse a maestranze arabe convertite. Sopra il portale trova posto una bifora con ai lati sei archi le cui lunette ripetono i decori geometrici arabi sottostanti; copre il tutto un tempietto a tre archi a simboleggiare la Trinità, con un occhio centrale circolare (l’occhio divino) sormontato da una copertura in pietre bicromiche e da una finestrella a forma di croce inscritta in un cerchio. I Benedettini che risiedono nel monastero ricostruito negli anni 50 del Novecento vennero qui richiamati dal sindaco (primo sindaco donna d’Italia). L’intero plesso è attualmente armonicamente gestito dalla Cooperativa Sardegna 2000 e dai frati Benedettini (oggi 9) sotto la supervisione del Comune di Borutta. Preparata e disponibile la giovane archeologa apprendista guida.

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Santa Maria (Uta). La chiesa, edificata da maestranze pisane dopo il 1150, venne donata ai Cavalieri di San Giorgio da Pietro IV d’Aragona nel 1363. Dal XVI secolo è gestita dai Francescani (all’esterno sono visibili i resti di un antico monastero). Dal 1569 fu occupata da eremiti – pii laici, soggetti lo stesso a regole – che la custodirono fino alla fine del XVIII secolo. La struttura è costruita in calcare, trachite, marmi, graniti e arenaria. Essa, originariamente binavata, oggi è trinavata con abside centrale, a copertura lignea. Le navate sono divise da archi retti da colonne di spoglio in marmo con capitelli corinzi in calcare; il portale d’ingresso è ad arco semicircolare bicromico modanato, con ai lati due ordini di archetti semicircolari. In alto, sulla facciata, un campaniletto a vela aggiunto successivamente sovrasta una bifora; sui fianchi sono incise croci templari e dell’Ordine di Malta. Accanto, nell’area esterna, tra i ruderi del convento trova posto un pozzo alla cui acqua vengono attribuite varie guarigioni (una sola sembra provata). Nella settimana successiva a quella della festa dell’8 settembre, è meta di pellegrinaggi da parte di malati. Vanno qui segnalati i complimenti per la loro preparazione descrittiva ai ragazzi volontari che si sono alternati con i turisti nelle varie aree e, soprattutto, alla loro guida, attenta, cortese, paziente e motivata.

Le chiese qui succintamente descritte non sono esaustive delle preziosità artistiche, storiche e culturali osservate in Sardegna – ne restano tante (anche non romaniche) di cui ancora parlare, come ad esempio Santa Giusta di Oristano, San Nicola di Ottana, Santa Sabina di Silanus, la cattedrale di Cagliari, San Francesco di Alghero… – ma rappresentano ciò che più ci ha colpito tra quanto visitato.

Franco Cortese Notizie in un click

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