Serracchiani: “Il Pd deve tornare alle origini. Io ci sono”

Come finisce questa vicenda del governo, Serracchiani?
Intanto c’è da essere allibiti per l’irresponsabilità con cui agitano lo spettro delle elezioni anticipate, che di certo non sono la risposta che si aspettano gli italiani. Anche perché continuo a pensare che tra Lega e M5s ci sia, da tempo, un’intesa per fare il governo. Solo che adesso sia Salvini sia Di Maio vogliono entrambi indossare la maglia numero 10. Stiamo assistendo, ed è sotto gli occhi di tutti, al peggior teatrino della politica. Alla faccia del “nuovismo”. La cosa che più mi stupisce della loro condotta è che i problemi reali del paese non esistono più e soprattutto le loro roboanti promesse, come la flat tax e il reddito di cittadinanza, sono scomparsi dalla scena.

Ma il Pd che fa?
Il Pd le elezioni le ha perse. E di brutto, anche. Sulle cause verrò dopo, ora mi lasci dire che noi non abbiamo certo deciso di ibernarci. Il 19% ottenuto alle elezioni non ci condanna al silenzio permanente e stare seduti in platea ad assistere a questi giochini avvilenti. Sulla base di un voto unanime in direzione, la delegazione del Pd, che ha interloquito con il Capo dello Stato, ha espresso una posizione molto chiara e indicato quattro punti programmatici importanti su cui sarà imperniata la nostra opposizione e sui quali chiamiamo le altre forze parlamentari a confrontarsi. Dal taglio significativo del costo del lavoro al reddito di inclusione, di cui abbiamo già proposto il raddoppio dello stanziamento anche per aumentare la platea, al controllo della finanza pubblica e alla gestione del fenomeno migratorio, al rafforzamento del quadro internazionale. Il Pd ha idee concrete e incisive su come aiutare le imprese e le famiglie ad uscire completamente dalla più grave crisi che il mondo occidentale ha conosciuto negli ultimi decenni. Altro che Aventino.

E la sconfitta come la valuta?
E’ stata una batosta tremenda. Dovevamo essere la speranza del futuro, che con noi era consentito sognare e invece siamo stati percepiti come protagonisti in negativo di questa fase della storia del paese. Come fossimo i responsabili di tutti i misfatti che accadevano. Ora stiamo pensando a nuovi leader, e sbagliamo di nuovo. Perché prima ancora del condottiero, dobbiamo pensare a rifondare il Pd come grande comunità collettiva al servizio delle persone. Il voto del 4 marzo ci obbliga a fare i conti con un solco che si è creato con tanta parte dell’opinione pubblica. Abbiamo smarrito la bussola del nostro essere principalmente i difensori dei più deboli, di coloro che non hanno diritti e che devono avere le stesse condizioni per poter gareggiare. Senza privilegi né favoritismi.

Come si può ritrovare questa bussola?
Il Pd deve ritornare alle sue origini. Prima di far ripartire la macchina delle primarie bisogna riscrivere il nostro manifesto fondativo e tracciare l’orizzonte di un nuovo riformismo, insomma ritrovare il nostro profilo politico di centrosinistra popolare. Lo dobbiamo fare coinvolgendo i circoli, i militanti, i simpatizzanti e tutte le persone che hanno a cuore una visione diversa e avanzata del Paese. Insomma, un nuovo inizio, una sfida non solo nazionale ma anche europea. Se populismi e sovranismi ottengono risultati preoccupanti, mentre le forze socialiste e progressiste registrano quasi ovunque sconfitte pesanti, questo è un fenomeno che non possiamo limitarci a registrare ma che dobbiamo capire e analizzare. La demonizzazione non basta.

Quindi lei non vede la possibilità di dialogo con Lega e M5s?
Penso che tra noi e loro ci sia un confine molto netto: abbiamo una idea profondamente diversa di come deve crescere e svilupparsi una società moderna. C’è un discrimine dato dal modo di intendere le basi stesse della democrazia. La Lega con noi non vuole neppure parlare, e va bene così: siamo agli antipodi rispetto ad una società tenuta assieme dalla paura, basata sulla creazione di muri o sull’introduzione di nuovi dazi.

Ma lei si candida alla segreteria?
Ho avuto modo di dire, a chi me lo ha già chiesto, che quando ci saranno le primarie, e spero ci siano presto, non mi sottrarrò e farò la mia parte. Certo non immagino una candidatura solitaria o di testimonianza ma, se ci saranno le condizioni, un’aggregazione di persone che si riconoscano nel mio modo di intendere la missione del Pd. Ora è presto per queste cose, una cosa però ce l’ho molto chiara: per quanto ho detto prima, sono sicura che ci sia davvero molto lavoro da fare e sarebbe miope sottrarsi alle responsabilità che ciascuno di noi potrebbe rivestire. Intendo continuare ad essere utile al mio partito e lavorare affinché questo paese abbia un grande e moderno partito riformista che sia senza esitazioni e visibilmente dalla parte dei più deboli.

Come andrà nella sua regione, il Friuli Venezia Giulia, dove si vota il 29 aprile?
Nella mia regione il Pd è in condizioni migliori che a livello nazionale e sta lavorando unito con una parte importante della sinistra e con forze civiche storicamente radicate. E il nostro candidato Sergio Bolzonello è un solido e apprezzato amministratore. Sicuramente è un momento complicato anche in Friuli Venezia Giulia come nel resto del Nord, ma abbiamo guidato la regione fuori da una crisi tremenda e siamo stati i primi in Italia a introdurre il sostegno al reddito. Abbiamo dimostrato che crescita economica e attenzione al sociale possono andare di pari passo. Le proposte del candidato presidente espresso dalla Lega – l’ex capogruppo alla Camera Fedriga paracadutato in Friuli Venezia Giulia – nemmeno contemplano misure del genere, si rischia un tuffo nel passato.



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