Si chiama fascismo. Ed è ancora qui

Leggiamo commenti stizziti e sorpresi da parte dei dirigenti e attivisti del Pd livornese per la scarsa presenza alla manifestazione da loro organizzata sabato 9 dicembre. A parte i referenti delle sigle Anpi e Anppia la città sembra aver snobbato l’iniziativa.
A parte la concomitanza con altri eventi, come la manifestazione davanti a Camp Darby contro l’ampliamento e il potenziamento della base militare (e forse pure questo ha a che fare con l’antifascismo), e il consumismo natalizio che già impazza, pensiamo ci sia anche un motivo sostanziale.
Gli episodi, ampiamente ripresi e rilanciati dai media, dell’incursione a Como di un gruppo di neofascisti e dell’azione intimidatoria di alcuni militanti di Forza Nuova ai danni della redazione romana di Repubblica sembrano aver provocato forti preoccupazioni anche a chi finora ha trascurato l’onda nera.
Già, perché questi segnali ci sono sempre stati e sono fenomeni strettamente legati alle trasformazioni della società italiana (e non solo) negli ultimi decenni.
Non vogliamo scomodare Pier Paolo Pasolini, pur invitando a rileggere i numerosi contributi – sempre attuali – che il grande intellettuale friulano ha dedicato al nuovo fascismo, quello costruito, attraverso le mutazioni antropologiche, dalla civiltà dei consumi e dal dominio del capitale.
I protagonisti degli episodi di Como e di Roma sono persone frustrate e ignoranti che esprimono un sentimento di impotenza, angoscia e rabbia diffuso fra i milioni di italiani devastati dall’ideologia capitalista e dalla violenza finanziaria sostenute e alimentate anche dai governi e dai partiti di centrosinistra e da quella parte del Paese che si dichiara “democratica e progressista”.
Si dovrebbe prendere coscienza e porre rimedio al fatto che molti italiani oggi vedono come il fumo negli occhi chi, in questi decenni, è andato al potere con i loro voti, contraccambiando con la devastazione delle loro vite. Le sicurezze socio-economiche, la scuola e la sanità pubblica, la pace, le speranze: tutto oggi sembra dominato dalla precarietà e dall’incertezza.
Di chi la colpa se oggi il salario medio è la metà di quello che era venti anni fa? Se oggi si spaccia per “lavoro” l’elemosina elargita attraverso pezzi di lavoro arrivando anche a rivendicare quello non retribuito, sì: gratuito?
Di chi la colpa se oggi si arriva perfino a negare l’evidenza dell’impoverimento dilagante (quasi un italiano su tre è a rischio povertà) esaltando la crescita del Pil e promettendo svolte epocali?
I governi di centro sinistra hanno avuto un peso enorme, come e forse più dei colleghi di centro destra. Per vent’anni si è identificato in Silvio Berlusconi il male assoluto e il vero nemico da sconfiggere, facendone un alibi e un capro espiatorio; nel frattempo si è perpetrata una distruzione socio-economica e consolidata una sorta di egemonia politica, culturale e economica della destra: basti pensare al processo di assimilazione da parte del centrosinistra di un vocabolario fatto di emergenza, intolleranza e repressione di migranti e rom e cresciuto a colpi di campagne mediatiche e scelte politiche, inaugurate nei primi anni duemila dall’allora sindaco di Roma Veltroni fino al pacchetto Minniti in vigore oggi.
E non possiamo né vogliamo dimenticare il processo di “normalizzazione” della vicenda storica del Ventennio, iniziato con lo sdoganamento degli eredi politici del fascismo. Dalla comprensione per i repubblichini di Salò offerta da esponenti come Violante all’accettazione delle attività legate ai circoli di Casapound e Forza Nuova: con quanta legittimità e autorevolezza può, oggi, il ministro della Giustizia Orlando invocare la magistratura e le leggi italiane quando è parte di un soggetto politico che da anni si batte per concedere a forze politiche di indubbia matrice fascista la libertà di esprimere le proprie opinioni e di fare propaganda politica?
Insomma, se il fascismo sta tornando – ma in realtà non se n’era mai andato – qualcuno gli avrà pure aperto le porte. E non possiamo non fare i conti con le responsabilità di chi quelle porte le ha aperte.
Non invitiamo né all’indifferenza né, tanto meno, all’impotenza. Ma oggi, per dare peso e sostegno all’antifascismo, non bastano le manifestazioni di facciata: serve molto di più. A cominciare da una cultura e una comunicazione in grado di parlare ai milioni di insofferenti e rabbiosi per rivendicare e mettere in piedi politiche e progetti che redistribuiscano il reddito, riducano il tempo di lavoro, garantiscano sicurezze socio economiche e affrontino il fiscal compact e il pareggio di bilancio per potersi riprendere le risorse consegnate a banche e finanza.
Serve subito, qui e ora. Anzi, è già tardi.

Stefano Romboli – Buongiorno Livorno



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