Uganda: profughi Sud Sudanesi in condizioni insostenibili

MSF: “La comunità internazionale rispetti i suoi obblighi”

Kampala – L’Uganda è il paese africano che ospita il maggior numero di rifugiati, ma l’assistenza umanitaria resta largamente insufficiente. Medici Senza Frontiere chiede alla comunità internazionale di mobilitarsi affinché i rifugiati in Uganda, che sono oltre il triplo delle persone arrivate in Europa attraverso il Mediterraneo nel corso del 2016, ricevano cibo, acqua e altri beni di prima necessità per evitare l’insorgenza di un’emergenza sanitaria.

Molti paesi hanno adottato vergognose politiche restrittive dell’immigrazione allo scopo di limitare l’afflusso di profughi. Queste politiche fanno leva sulla promessa di aiuti ai rifugiati vicino ai loro luoghi d’origine. Eppure questa promessa non è stata mantenuta e la risposta all’emergenza profughi in Uganda è finanziata soltanto per il 17 percento. “La comunità internazionale non è riuscita a facilitare una risoluzione del conflitto in Sud Sudan e non riesce adesso ad assistere adeguatamente i rifugiati sud sudanesi nella regione”, spiega Leon Salumu, medico coordinatore dei programmi di MSF. “La comunità internazionale deve rispettare gli obblighi che ha assunto e rivedere il sistema di assistenza ai rifugiati dislocati in aree geografiche così estese”.

Il 22 e 23 giugno, governi e organizzazioni internazionali si riuniranno a Kampala per trovare un supporto finanziario all’azione umanitaria a sostegno degli oltre 950.000 rifugiati ospitati dall’Uganda, che riceve circa duemila profughi al giorno. La maggior parte di queste persone fugge dalle violenze in Sud Sudan.

Oltre alle sue attività in Sud Sudan, dal 2016 MSF assiste i profughi sud sudanesi in Uganda in quattro insediamenti nel nordovest del paese: Bidibidi, Imvepi, Palorinya e Rhino, dove fornisce assistenza medica e ospedaliera, supporto alle vittime di violenza sessuale e di genere, servizi di maternità e nutrizione e accesso all’acqua e ai servizi igienici. MSF ha anche assistito i profughi arrivati a Lamwo, al confine con il Sud Sudan, dopo un attacco a Pajok, nell’Equatoria orientale, ma ha poi affidato le attività in quest’area ad altre organizzazioni.

“Attualmente i bisogni primari dei rifugiati non sono rispettati,” spiega Tara Newell, coordinatrice operativa di MSF in Uganda. A Palorinya, l’80% della popolazione dipende interamente dall’acqua depurata da MSF, ma una simile situazione non è sostenibile. “La quantità record di acqua che dreniamo e depuriamo è a malapena sufficiente per la popolazione”. La maggior parte dei rifugiati che vivono negli insediamenti privi di impianti idrici, dipende da un pugno di punti d’acqua e dai rifornimenti tramite camion e riceve appena sette litri di acqua al giorno per persona. Il sistema di autotrasporto è estremamente costoso complicato a causa delle pessime condizioni stradali.  “Senza una soluzione a lungo termine e più economica la resistenza di queste persone e le loro condizioni di salute andranno deteriorandosi”, conclude Newell.

In seguito a un taglio del 50% delle razioni mensili distribuite dal Programma Alimentare Mondiale, molti rifugiati sono rimasti a corto di cibo. MSF ha riscontrato che molti di loro si registrano in più di un insediamento perché non ricevono abbastanza cibo e acqua e alcuni dicono di non ricevere beni essenziali sufficienti e adeguati durante le distribuzioni di aiuti. I rifugiati hanno indicato l’insicurezza alimentare come uno fra i loro problemi più grandi e molti dicono di voler tornare in Sud Sudan.  “Avrei preferito farmi sparare in Sud Sudan che morire di fame in Uganda”, ha detto un rifugiato allo staff di MSF. Le équipe hanno anche raccolto storie di rifugiati uccisi in Sud Sudan dove erano tornati a causa della mancanza di cibo in Uganda.

Tenere il passo con la crescita della popolazione di rifugiati è impossibile per il governo ugandese, che è sotto pressione costante. Alcuni rifugiati sono stati dislocati in aree lontane da fonti d’acqua e terre coltivabili, come la regione di Ofua, nella parte occidentale dell’insediamento di Rhino. È necessaria una scelta migliore dei luoghi d’insediamento che massimizzi l’accesso all’acqua, all’igiene e alla sanità affinché le esigenze primarie dei rifugiati siano rispettate.

L’assistenza sanitaria è resa ancor più complicata dai tempi richiesti per l’importazione di rifornimenti medici. Per esempio, dall’inizio di quest’anno le équipe di MSF non sono riuscite a trattare malattie degli occhi e della pelle, molto comuni negli insediamenti, per ben due mesi a causa dei tempi richiesti dalle procedure burocratiche per l’importazione di medicinali. 

MSF chiede al governo ugandese di sbloccare le richieste d’importazione ancora pendenti e di assicurare una corsia preferenziale alle importazioni sanitarie di kit sanitari d’emergenza e di materiale medico allo scopo di facilitare l’assistenza.

Oltre all’assistenza ai rifugiati, in Uganda MSF gestisce anche dei programmi regolari nei settori della salute sessuale e riproduttiva per gli adolescenti di Kasese, fornisce cure per l’HIV/AIDS nelle comunità di pescatori dei laghi George ed Edward ed effettua monitoraggi del carico virale per i pazienti sieropositivi dell’ospedale regionale di Arua.  

INTERVISTA: Assistenza ai rifugiati vittime di violenza sessuale

MSF assiste le vittime di violenza sessuale e di genere nei campi profughi di Bidibidi e Imvepi, dove un numero crescente di rifugiati Sud Sudanesi necessità di questo tipo di supporto. Marie-Anne Henry lavora come ostetrica nei due insediamenti da aprile di quest’anno.

Perché è stato necessario intervenire in questo ambito?

Molti rifugiati sud sudanesi sono stati vittime di violenze terribili, incluse quelle sessuali. Sono stati violentati o vittime di attacchi a sfondo sessuale e tanti di loro hanno anche assistito all’uccisione o allo stupro dei loro familiari. Alcune persone sono state violentate diverse volte. È molto importante che queste vittime ricevano assistenza medica e supporto psicologico al più presto ma per molti non è facile parlare di ciò che hanno subito.  Sono traumatizzati e hanno paura. MSF ha allestito una clinica per l’assistenza a vittime di violenza sessuale e di genere per garantire a queste persone uno spazio neutrale dove possano avere accesso a un’assistenza medica e psicologica immediata. Prima che MSF iniziasse le sue attività, quando altri operatori identificavano le vittime di violenza, i loro casi venivano denunciati alla polizia e le vittime dovevano passare attraverso un processo lungo e doloroso prima di poter accedere alle cure. MSF non denuncia i casi alla polizia senza il consenso dei pazienti. La nostra priorità è assicurare a queste persone il supporto di cui hanno bisogno prima che sia troppo tardi. 

Che tipo di cure sono fornite da MSF alle vittime di violenze sessuali e di genere?

Nella nostra clinica all’interno del campo profughi di Imvepi, dovei nuovi arrivati vengono portati per la registrazione, forniamo cure mediche di base e supporto psicologico. Durante le consultazioni, effettuiamo i test dell’HIV e, se la violenza è avvenuta nell’arco delle 72 ore, somministriamo la profilassi post-esposizione (PEP) per evitare il contagio insieme alla contraccezione d’emergenza per prevenire gravidanze indesiderate.

Se una donna risulta incinta da meno di 16 settimane e desidera interrompere la gravidanza, la riferiamo a una clinica regionale. Se la gravidanza è già oltre le 16 settimane, l’interruzione non può essere effettuata e riferiamo la paziente alla clinica prenatale di Bidibidi. Abbiamo delle ostetriche specializzate in assistenza alle vittime di violenza sessuale e di genere, così come psicologi e terapisti. Lavoriamo in stretta collaborazione con la clinica di salute mentale di MSF a Bidibidi, dal momento che molti pazienti hanno bisogno di assistenza psicologica per disturbi come quelli da stress post-traumatico e depressione.  Abbiamo pazienti di entrambi i sessi e personale medico maschile per chi lo preferisse. I casi più complicati e quelli relativi a bambini vengono riferiti al nostro centro medico principale a Bidibidi.

Dal momento che è importante per le vittime ricevere l’assistenza di cui hanno bisogno al più presto, formiamo anche il personale medico che lavora nei centri di transito, da dove gli autobus partono verso i campi profughi. Effettuiamo delle donazioni di medicinali e formiamo il personale medico affinché possa monitorare, identificare i casi e fornire supporto psicologico ancor prima di riferire i pazienti a Imvepi.

Ciò che noi garantiamo è un percorso di assistenza per i rifugiati dal loro arrivo in Uganda fino all’insediamento nei campi.

Quanti pazienti avete assistito finora? Chi sono queste persone?

Finora abbiamo assistito 49 pazienti, compresi tre uomini e venti minori. Il nostro paziente più giovane è un bambino di 5 anni che è stato violentato e attaccato fisicamente diverse volte in Sud Sudan. Il 33% dei nostri pazienti ha subito violenze sessuali in Sud Sudan, il 23% durante il viaggio verso l’Uganda, il 19% al confine fra i due paesi e il 18% nei campi profughi o nei centri d’accoglienza.

Come individuate le vittime?

Nel centro di accoglienza di Imvepi effettuiamo dei sondaggi per raccogliere informazioni sui luoghi di provenienza dei rifugiati, sui motivi che li hanno spinti a fuggire e sulla presenza o meno di vittime o testimoni di violenze sessuali. Attraverso questi sondaggi è possibile identificare le vittime di violenza sessuale e di genere. Ogni giorno facciamo anche delle verifiche con altri operatori per sapere se abbiano riscontrato dei casi. Un altro strumento è il passaparola. I pazienti che visitano la nostra clinica parlano di noi con il resto della comunità. Due volte alla settimana organizziamo delle attività di consapevolezza per sensibilizzare le persone affinché ci aiutino a diffondere informazioni sull’assistenza che forniamo.  Anche lavorare insieme alle nostre équipe di sorveglianza sanitaria ci aiuta a identificare le vittime, dal momento che molti di questi casi vengono allo scoperto durante le loro consultazioni per raccogliere informazioni mediche sulla malnutrizione, l’incidenza delle malattie e la mortalità.

Quali sono gli ostacoli che incontrate?

Per prevenire l’HIV e le gravidanze indesiderate, i pazienti dovrebbero essere assistiti entro le 72 ore dalla violenza. Se lo stupro è avvenuto in Sud Sudan o al confine, è facile che questo limite temporale venga superato durante il viaggio o nel processo di registrazione e monitoraggio. Anche una volta arrivati nel centro di accoglienza, i rifugiati devono mettersi in fila per la registrazione e la distribuzione di cibo e altri beni di prima necessità. Visitare la clinica per le vittime di violenza sessuale e di genere non è sempre percepita come una priorità.

Anche seguire i casi dopo l’insediamento nel campo profughi presenta diverse difficoltà. Gli insediamenti sono molto estesi  e dal momento che i rifugiati si spostano al loro interno è difficile sapere chi sia dove. Insieme alle nostre équipe di sorveglianza stiamo studiando un modo per migliorare la nostra capacità di seguire i casi.  In generale, abbiamo riscontrato una carenza di servizi per le vittime di violenza sessuale e di genere. Più attenzione e risorse dovrebbero essere dedicate alla protezione e alle cure mediche e psicologiche che sono essenziali per queste persone.

 

 



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