Viviamo in un’Europa ancorata al fossile

Tutti pazzi per l’elettrico. Beh, non proprio tutti, visto che nella lista dei paesi che hanno deciso di guardare al futuro dell’ambiente e della salute pubblica incentivando l’elettromobilità, quelli del Vecchio Continente restano indietro. Certo, almeno a parole, l’Europa non ignora quanto sia importante alimentare il trasporto, pubblico e privato, con sistemi di propulsione alternativi ai combustibili fossili che inquinano e provocano centinaia di migliaia di morti premature l’anno, ma è lontana dall’essere incisiva nel determinare un vero e proprio cambiamento.

Notizie recenti, ad esempio, ci dicono che in Giappone il numero delle centraline per la ricarica dei veicoli elettrici ha superato il numero di distributori convenzionali, un fatto che dimostra che nel paese del Sol Levante è stato fatto un cambio radicale di mentalità. Un vero e proprio cambio di passo, è il caso di dire. Tanto è vero che, nel giro di poco tempo, si prevede che gli stessi distributori potranno aggiungere alle loro stazioni di servizio le centraline di ricarica. Qualcuno potrebbe fare spallucce e dire che notizie del genere non possono che arrivare da un paese come il Giappone, che conta il 40% dei brevetti totali nel campo dei veicoli elettrici e che da sempre è protagonista nell’innovazione tecnologica.

Ma qui casca l’asino: sì perché ad essersi impegnati nell’ampliare l’infrastruttura per i combustibili alternativi e nel consolidare il mercato dell’auto elettrica non sono soltanto i nipponici, ma anche paesi come India e Cina. Da sempre bollati come grandi inquinatori, poco attenti alle sofferenze dell’ambiente. Anche qui, invece, i fatti ci dicono che Pechino punta ad avere il 20% dei veicoli elettrici in circolazione entro il 2025, cioè fra appena 8 anni, mentre Nuova Delhi ha deciso di mettere al bando le auto inquinanti entro il 2030. In particolare, la Cina, imitata dalla California e da altri Stati negli Usa, introdurrà un vero e proprio mandato vincolante per i costruttori di auto che, dal prossimo anno, saranno obbligati a rispettare standard quantitativi di produzione su batterie elettriche e veicoli ibridi destinati al mercato cinese. Dall’altro lato, in India hanno capito che passare ai combustibili alternativi nel settore dei trasporti permetterà allo Stato, che importa circa l’82% dei combustibili necessari ai motori tradizionali, sia di risparmiare quasi 60 miliardi di dollari sia di evitare il 37% delle emissioni di gas serra.

E l’Europa? L’Europa resta indietro, come dicevamo. Vicino a casa nostra, infatti, c’è il primato della Norvegia, con ben il 32% delle nuove immatricolazioni rappresentato da auto elettriche, un traguardo, però, che sembra un miraggio lontano anni luce per gli Stati membri dell’Unione. Infatti, benché siano cresciute del 46% rispetto al 2016, le nuove immatricolazioni di auto elettriche e di auto ibride ricaricabili nel 2017 si attestavano al di sotto dell’1,2% delle immatricolazioni totali. Questo perché l’Unione resta ancorata ad una visione dei trasporti fondata largamente sui combustibili fossili e non è un caso, infatti, che, secondo le stime della Commissione europea, le sovvenzioni per i combustibili fossili vadano da 39 miliardi a oltre 200 miliardi di euro all’anno. Cifre che spaventano, tanto che nello studio sulle sovvenzioni ai combustibili fossili commissionato dal Parlamento europeo si legge: “Queste cifre significative indicano una mancanza di coerenza nell’UE tra la sua politica energetica e quella in materia di clima”.

La possibilità di contribuire al superamento dei problemi – tutti europei – che strozzano lo sviluppo dell’auto di domani, compatibile con l’ambiente e non dannosa per la salute umana, è, d’altro canto, a portata di mano. La Commissione europea ha avanzato una proposta sugli standard sulle emissioni di CO2 dopo il 2020 per auto e furgoni e ora spetta al Parlamento europeo visionarla e, come chiederemo noi, modificarla. Si tratta, infatti, in un testo troppo timido sul fronte dell’elettromobilità, un testo che asseconda gli interessi dei colossi dell’auto. Quegli stessi colossi responsabili del Dieselgate e di esperimenti abominevoli su persone e animali. Quegli stessi colossi refrattari a norme ambientali stringenti e che devono trovare un modo per poter rimanere sul mercato cinese dove oggi sono molto attivi (per fare degli esempi, Volkswagen, BMW e Mercedes realizzano in Cina un terzo delle loro vendite globali, pari a 15milioni di veicoli).

Parteciperemo a questo lavoro con grande impegno per chiedere obiettivi più ambiziosi, sia per la riduzione della CO2 sia per l’introduzione di un sistema che consenta di mettere a regime le vendite di nuovi veicoli puliti. Certamente occorre che l’Europa non perda il suo primato nel mercato automobilistico, ma è fondamentale che lo innovi. Perché la tecnologia è a disposizione, visto che molte case automobilistiche che producono auto elettriche fuori Europa sono proprio di casa nostra! Dunque, possiamo e sappiamo farlo, dobbiamo solo permetterlo. E questo è un problema politico.



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