A 40 anni dalla nascita degli orti urbani sociali in provincia di Perugia

Cgil, Federconsumatori e Spi lanciano la proposta di un nuovo percorso di riutilizzo sociale degli spazi pubblici
“Vogliamo riprendere una storia iniziata esattamente 40 anni fa”. Era il 6 luglio 1976 quando la Provincia di Perugia approvò le prime delibere per l’assegnazione a pensionati e anziani di appezzamenti di terreno di proprietà pubblica, da trasformare in piccoli orti urbani. Oggi, quaranta anni dopo, la realtà è molto diversa, non c’è più il processo di urbanizzazione dei mezzadri con tutti i problemi connessi, ma resta immutata l’esigenza di dare risposte al crescente disagio sociale, acuito dalla crisi economica e dai processi di individualizzazione esasperata della società. Parte da qui l’idea di Cgil, Federconsumatori e Spi di Perugia che oggi, 5 luglio 2016, hanno tenuto una conferenza stampa per rilanciare la proposta dell’utilizzo sociale e collettivo delle aree pubbliche inutilizzate.
“Non è solo un ricordo celebrativo di quella grande intuizione di 40 anni fa – hanno spiegato Vanda Scarpelli, per la Cgil di Perugia, Alessandro Petruzzi, per la Federconsumatori e Paolo Sartoretti per lo Spi – ma la volontà di sollecitare oggi le istituzioni e tutta la società civile umbra a riprendere e rafforzare quel percorso”. L’idea dunque è quella di mettere in rete quello che esiste già (gli orti urbani di Perugia, ad esempio, che sono però attualmente “troppo frammentati”) e individuare nuovi spazi da gestire “in maniera articolata e coordinata”, favorendo un’idea di “aggregazione e integrazione” tra cittadini, in particolare anziani, con evidenti benefici anche sotto il profilo del benessere e della salute. Naturalmente, c’è poi un aspetto economico, perché “la riappropriazione degli spazi collettivi potrebbe anche, con dovuti sostegni e progetti, creare occupazione o almeno integrazione al reddito”. Al contempo, Cgil, Federconsumatori e Spi sottolineano le potenzialità di interventi di questo tipo anche rispetto al tema della sicurezza urbana: “Che non si costruisce – dicono dal sindacato – con recinzioni e telecamere, ma con la partecipazione e la riappropriazione degli spazi comuni, come avevano capito bene i nostri amministratori negli anni ’70, abbattendo le mura del manicomio”.
Ci sono tra l’altro norme importanti che possono, secondo il sindacato, sostenere questo tipo di percorso: la prima è la legge nazionale 164 del 2014 che prevede “Misure di agevolazione della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela e valorizzazione del territorio” e ipotizza anche il cosiddetto “baratto amministrativo” (ovvero la possibilità di godere di esenzioni o riduzione di tributi in cambio del proprio lavoro al servizio della comunità); la seconda è la legge regionale 3 del 2014 che all’articolo 11 disciplina proprio gli “orti sociali urbani” promuovendo la destinazione di terreni dedicati a questo scopo da parte dei Comuni.
“Abbiamo già contattato l’Anci per proporre un lavoro comune – hanno concluso Scarpelli, Petruzzi e Sartoretti – che potrebbe vedere già a settembre un primo appuntamento pubblico per lanciare proposte concrete su spazi da riutilizzare e recuperare”.
Alla conferenza stampa era presente anche uno dei promotori dell’iniziativa originale, di 40 anni fa, il professor Tullio Seppilli, tra i firmatari delle delibere per la creazione degli orti sociali. “L’idea di allora fu quella di consentire agli anziani che arrivavano con le famiglie dalla campagne di utilizzare le proprie capacità, riaprendo un processo di aggregazione – ha spiegato Seppilli – Oggi non abbiamo mezzadri che si urbanizzano, ma abbiamo un grande problema di solitudine e individualismo crescente. Per questo, processi di riaggregazione tra cittadini possono essere una medicina potente contro il disagio sociale. Fare insieme cose che servono a tutti è una strada non solo utile, ma politicamente vincente”.



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