Allevatori esasperati per le norme sull’Autorizzazione Integrata Ambientale degli allevamenti

Parmigiani: inaccettabile la variabilità regionale delle direttive che modifica la validità delle autorizzazioni

Sembra un domino, quello delle norme relative all’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) degli allevamenti.
E mentre le carte si moltiplicano e duplicano le aziende chiudono. Solo nel settore suinicolo dal 2010 ad oggi abbiamo perso il 7,5% dei capi suini. Considerando anche le altre tipologie di allevamento sono 1,2-1,3 milioni di capi che non alleviamo più nelle nostre campagne.

Ottenere un’AIA è un percorso costoso e lungo.
Ciò nonostante, il Dlgs 152/2006 art. 29-octies, nel prevedere che il documento di approvazione abbia una validità decennale, stabilisce che il riesame con valenza, anche in termini tariffari, di rinnovo dell’autorizzazione avvenga entro quattro anni dalla data di pubblicazione delle conclusioni sulle BAT (migliori tecniche disponibili) riferite all’attività principale.
Di conseguenza con la pubblicazione, il 21 febbraio 2017, da parte della Commissione Europea della decisione di esecuzione che stabilisce le conclusioni sulle BAT concernenti l’allevamento intensivo di pollame e di suini, in automatico tutti gli allevamenti che avevano ottenuto anche di recente il primo rilascio o il rinnovo dell’AIA ora devono procedere nuovamente al riesame.
E’ più che comprensibile quindi che gli allevatori siano furibondi, spazientiti e frastornati: ci sono allevamenti che si trovano a dover riprendere in mano tutto l’iter di approvazione con diversi anni di anticipo (con dimezzata la validità temporale della propria autorizzazione).
Il problema non si esaurisce qui.

“Le regioni del bacino padano – spiega Giovanna Parmigiani, componente di Giunta esecutiva di Confagricoltura con delega all’Ambiente – sono tutte assoggettate al piano per la qualità dell’aria e sulla base di questo sono chiamate a elaborare congiuntamente al ministero dell’Ambiente un decreto contenente i requisiti generali dell’AIA di cui all’articolo precedente”.

E’ un provvedimento, previsto dal d.lgs. 152/06 e richiamato dall’Accordo per la qualità dell’aria del 9 giugno 2017, atteso dal settore perché diretto ad elaborare una proposta di semplificazione autorizzativa (cosiddetta AIA generale), fermo restando l’approccio integrato ed un’elevata protezione equivalente dell’ambiente nel suo complesso.
Però ad oggi non solo il decreto non è stato ancora emanato, ma alcune Autorità competenti, come nel caso dell’Emilia Romagna hanno già provveduto a recapitare agli allevamenti il piano di riesame dell’autorizzazione con tanto di tempistica, senza attendere l’emanazione dell’AIA generale. Per contro, altre autorità competenti, come nel caso ad esempio della Lombardia, prima di pianificare i riesami, hanno deciso di dare la possibilità alle imprese di seguire le nuove procedure e quindi di attendere l’emanazione del decreto.

“E’ impensabile – evidenzia Parmigiani – un’applicazione delle norme così difforme in una manciata di chilometri e soprattutto chiedere agli allevatori di procedere alla revisione delle autorizzazioni in mancanza di adeguate istruzioni operative, sia procedurali che tecniche”.
La vicenda è certamente contestabile nel metodo, per come si sta gestendo e meriterebbe un po’ più di attenzione da parte dei ministeri competenti e delle Regioni.

Per tali motivi abbiamo scritto al ministero dell’Ambiente, chiedendo innanzitutto di procedere al più presto alla consultazione delle associazioni maggiormente rappresentative, come previsto dal comma 2 dell’art. 29-bis del d.lgs. 152/06 e più in generale nell’attuazione dell’Accordo Stato -Regioni del bacino padano sulla qualità dell’aria. E’ estremamente importante prevedere, già nella fase di stesura del decreto, un momento di confronto con le organizzazioni al fine di condividere alcuni aspetti normativi e tecnici.
A fianco a questa richiesta, vista la situazione che si sta delineando nel territorio, è stata evidenziata l’esigenza di attivare un attento monitoraggio al fine di avere un’applicazione omogenea delle nuove disposizioni a livello regionale, di disporre di idonee procedure e di dare la possibilità a tutti gli agricoltori di applicare le procedure semplificate.
Anche perché occorre sempre ricordare e sottolineare i risultati già raggiunti dal settore agricolo sulla riduzione delle emissioni.
Rispetto al 2005: l’ammoniaca – 4,7%, il PM10 – 9,7%, i gas climalteranti – 16%. Questi dati e lo sforzo messo in campo dalle aziende agricole non vengono adeguatamente considerati in fase di redazione delle norme che pongono l’agricoltura sempre sotto accusa sottostimando il contributo delle altre attività antropiche, in termini d’inquinamento, senza tener nella debita considerazione che l’agricoltura produce cibo.
“Se non si effettua al più presto un’attenta valutazione in tal senso – conclude Giovanna Parmigiani, si corre il rischio di non porre freno alla moria di aziende che non trovano più i margini di profitto necessari per portare avanti le proprie attività, con grave danno per l’economia del Paese”.



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