Anas-Ferrovie, il governo pensa solo alle poltrone

Ancora una volta è la Lega a imporre la linea. Smembrare la fusione tra Ferrovie dello Stato e Anas detta Salvini. L’altro vicepremier Di Maio e il ministro delle Infrastrutture Toninelli eseguono, e non fa niente se il M5S “pesa” il doppio del Carroccio nell’esecutivo e in Parlamento.

E il presidente del Consiglio sta a guardare, un copione consueto da quando è nato l’esecutivo. Dividere di nuovo le due aziende è un indirizzo sbagliato e inspiegabile. Un ritorno al passato. Equivale a voltare le spalle al futuro e a un grande progetto industriale capace di dare corpo ad un player internazionale delle infrastrutture, un’occasione per la crescita economica e
l’affermazione del “brand” italiano anche nel settore dell’intermodalità ferro/gomma oltre i confini. Perché lo stop? Non c’è argomentazione di politica industriale che possa reggere. L’unica spiegazione è l’appetito di incarichi e nomine, l’evidente volontà di occupare postazioni di potere, di dividere tra i due partner le poltrone di aziende che fatturano miliardi ogni anno.

Per qualche poltrona in più si getta a mare una grande opportunità che i governi del Pd hanno costruito con pazienza e tempo, allo scopo di dare vita ad una struttura in grado di reggere la competizione internazionale. Portare Anas in Ferrovie è un progetto industriale con un fatturato di 11 miliardi di euro e più di 100 miliardi di investimenti programmati per i prossimi dieci anni: molti di questi riguardano l’integrazione ferro-gomma, i collegamenti tra le città e la connessione dei porti, soprattutto del mezzogiorno.

Stiamo parlando di una azienda con oltre 80mila dipendenti e centinaia di ingegneri e professionisti che imprese d’ogni parte del mondo vorrebbero avere. E non è vero che Ferrovie ed Anas abbiano missioni differenti come, con buona dose di semplificazione, si sente dire perché quando si costruisce una ferrovia o una strada servono gli ingegneri che tirano su ad esempio i ponti e quelli che si occupano delle connessioni tra le opere. C’è quindi una grande potenzialità di sinergie e risparmi per centinaia di milioni, valorizzazione delle professionalità, possibilità di inserirsi sui mercati internazionali, non solo europei.

Questo governo, come dimostrano anche le vicende dell’Ilva e di Alitalia, manca di una visione di politica industriale, preferisce in alcuni casi la logica del rinvio – anche se narrata con grandi descrizioni e ricorso a impegnativi espressione tipo “stiamo scrivendo una pagina di storia” – ed in altri quella di chiudere le porte all’innovazione e allo sviluppo. C’è un mix allarmante di rifiuto pregiudiziale delle infrastrutture e di desiderio di spartizione di poltrone. La linea dei nostri governi è stata sempre chiara e semplice: le opere non devono essere né grandi né piccole ma utili. Utili ai cittadini e non a questo o a quello.

E devono essere progettate e realizzate con i costi giusti e nel pieno rispetto degli impatti ambientali. Con la spending review abbiamo rivisto progetti e tagliato le spese per alcune opere, tra cui la Torino Lione. Cancellando la Legge Obiettivo che
era stata voluta dal governo dove c’erano Forza Italia e la Lega abbiamo inteso dare un consistente colpo agli sprechi, ai ritardi e a quelle pratiche in uso per far lievitare i costi dei lavori.

Buone opere, opere utili nel rispetto della legge e dell’interesse generale si possono fare e i nostri governi hanno dimostrato che è possibile. A patto di avere una visione. A patto di riuscire a guardare lontano e non certo a fermare le lancette dell’orologio per un pugno di nomine in più.



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