Andrea Camilleri – La mossa del cavallo – Milano, Rizzoli, 1999. 249 p. (134)

Visto in TV e letto. Amanti di Camilleri, abbiamo voluto subito confrontare le due versioni, considerato che il siciliano maestro di letteratura era ansioso – così ha detto in TV – di sapere come il pubblico (quindi anche noi) avrebbe accolto la visione di questo suo primo romanzo storico a cui teneva molto.

In poche parole, sia la fiction sia il libro sono piaciuti molto, come sempre, ma con una osservazione critica verso quei paragrafi scritti in genovese. Mentre il siciliano, dopo tanto scriverne e leggerlo, attraverso Salvo Montalbano e soci, ci è diventato familiare, quelle frasi provenienti dalla Liguria, pur se apparse non determinanti per la comprensione delle vicende ed in parte non del tutto incomprensibili, senza traduzione, ci hanno limitato e deluso un po’…

Analizziamo comunque, ora, il ricco e vario contenuto di questo romanzo le cui vicende si snodano lungo 45 giorni circa, in una Sicilia che per certi versi non è molto diversa da quella d’oggi, praticamente un anno dopo la vicenda vera raccontata da Leopoldo Franchetti nel 1876 e che aveva coinvolto un ispettore di molini (macinato) torinese, ispiratore del romanzo.

E’ un autentico, culinariamente parlando, ottimo mix di pietanze gustose e profumate con forti aromi della Trinacria, cucinate a base di storia, quotidianità del tempo, virtù, vizi e debolezze umane di sempre.

Certo l’intreccio della trama è superbo; come cioè Camilleri ha saputo elaborare il fatto originale in un racconto con suspence, ironia, delitti, indagini e, soprattutto, mosse vincenti per risolvere (parzialmente, solo parzialmente!) l’intricata vicenda, nella quale menti fini e sopraffine combattono una vera e propria partita a scacchi per spuntarla sull’avversario – anche quindi con la mossa del cavallo, una mossa ad “L” che può scavalcare qualunque altro pezzo – partita giocata con acume da un giovane ispettore siculo-genovese, incastrato dalla mafia locale, non solo per salvarsi la vita ma anche per indirizzare le forze dell’ordine verso i veri colpevoli.

Lo fa innanzitutto pensando e parlando in siciliano – poiché la chiave di tutto sta proprio nelle ultime, apparentemente incomprensibili, parole rivolte all’ispettore dallo strano “parrino” (prete) morente, molto fuori dalle righe sotto tanti aspetti – elaborando poi una strategia che parte solo ed esclusivamente dalla verità dei fatti, piena, assoluta e senza fronzoli, esposta al momento opportuno.

Nel finale interessante è stata la fitta corrispondenza tra le parti in causa che ha rappresentato una buona parte dello svolgersi della trama, sviluppata efficacemente senza tante descrizioni; sottili ed infide le trame femminili per “indirizzare” i fatti del quotidiano, che si fermano solo davanti alla violenza ed alle minacce vitali; pragmatici e socialmente veri i vari personaggi, tra i quali non ci sono solo “cattivi” e “buoni”, ma anche vie di mezzo del tipo “fatti i fatti tuoi”.

Questo romanzo è anche, infine, una “comunicazione di servizio” del maestro ai suoi lettori, attraverso la quale dà alcuni consigli o suggerimenti per meglio vivere – ieri avremmo detto “morale della storia”.

Non giudichiamo superficialmente il nostro prossimo (i siciliani), senza averli prima compresi; il male, i soprusi, le angherie e le cattive azioni nel finale sono quasi sempre tollerati da troppi senza reagire e chi li compie molto spesso è largamente protetto ed appoggiato; infine, presto o tardi la verità viene sempre a galla perché è più forte. Ma non può vincere da sola: ha bisogno, magari di pochi, ma almeno di qualcuno che crede in essa per affermarsi.

Franco Cortese Notizie in un click



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