“Chanteuse de rues” Micha van Hoecke evoca il mondo di Édith Piaf

Teatro Alighieri, martedì 28 giugno ore 21
A cento anni dalla nascita di Piaf, celebrati lo scorso anno, il Ravenna Festival continua il suo omaggio affidando all’arte visionaria di Micha van Hoecke il compito di tracciarne un ritratto in musica, danza e parole, secondo lo stile più congeniale al coreografo russo-belga. Nasce così Chanteuse de rues, cantante di strade – plurale – perché Édith non è stata solo il “passerotto” di Francia, ma un’artista che ha impresso il suo segno nell’immaginario collettivo, nuova creazione di Micha van Hoecke prodotta dal Festival in scena martedì 28 giugno ore 21 al Teatro Alighieri. Le musiche affiancano registrazioni originali di Édith Piaf, Yves Montand e Charles Aznavour alle improvvisazioni ed elaborazioni di un ‘maestro’ della fisarmonica come Simone Zanchini.
Van Hoecke sceglie di farne un ritratto in absentia, mai portandone in scena l’icona, ma suggerendone i tratti e il suo habitat naturale. Un susseguirsi di quadri scenici affollato di quei personaggi colorati e lunari che circondarono la sua vita, a cominciare da Jean Cocteau, che andava ad ascoltarla nel locale notturno dove si esibiva e che poi le dedicò la famosa pièce Le bel indifférent. “Non sono mai stati accostati in uno spettacolo – osserva Micha -, ed è strano dato che si avverte un forte rapporto fra loro. Cocteau si mescolava volentieri al popolo della notte che affollava il cabaret dove si esibiva Piaf. E a lei si è ispirato per scrivere questo testo teatrale. Inoltre, per una curiosa coincidenza del destino, Cocteau morì in seguito a un infarto poche ore dopo di lei”.  Le bel indifférent – che in realtà è un lungo monologo, affidato in prima istanza proprio alla Piaf per il debutto al Théatre des Bouffes- Parisiens –  diventa così un filo rosso per cucire insieme i vari frammenti onirico-visionari dello spettacolo. Mosaico (ri)sonante delle canzoni d’amore – sempre impossibile e spesso scritte dalla stessa Piaf – dove affiorano tutte le sfaccettature della sua anima, dalla dimensione spirituale al bisogno bulimico d’amore. Chanteuse de rues è un lungo affresco e insieme evocazione di affetti e nostalgia per quella stagione intensa, in parte condivisa dallo stesso coreografo, che negli ultimi anni di vita della cantante viveva a Parigi e ne respirava umori e atmosfere.
Nello spettacolo di Micha, Cocteau è interpretato da Marta Capaccioli punteggiando i vari quadri dell’azione, alternandosi a cammei di altri personaggi calzati variamente da Gloria Dorliguzzo, Rimi Cerloig e Viola Cecchini. In mezzo, apparizioni follette come quelle di Yuri Mastrangeli, giovane e talentuoso danzatore che ha lasciato da poco l’Opera di Roma per approdare al Balletto di Novosibirsk. “Trovo in lui – spiega Micha – qualcosa che aveva Jean Babilée”, un fuoco sacro per la danza, qualcosa che lo accende dall’interno. Nello spettacolo incarna uno spirito danzante di Piaf, così come il poetico personaggio, sorta di Pierrot buffo e malinconico, calzato da Miki Matsuse – compagna d’arte e di vita del coreografo. Ma c’è spazio anche per i momenti bui, per le storie di nera che affioravano nelle canzoni della Piaf e dalla sua voce graffiata, come il clown che ammazzò la moglie e che qui viene interpretato da Ivan Merlo – un passato diverso, intorno al teatro ma non da attore –, che si presta a un altro mestiere, si reinventa con entusiasmo e partecipazione. È un’altra delle sfide amate da Micha, pronto a coinvolgere tutti nel suo quadrato magico. Nella scatola nera che mai come nei lavori di questo artista estroso e umanissimo sa riempirsi di luci e toni di poesia.
Ad agire la performance sono i DanzActori di Ravenna Festival, (Marta Capaccioli, Martina Cicognani, Francesca De Lorenzi, Alberto Lazzarini, Giorgia Massaro, Chiara Nicastro e Alice Pieri) un gruppo di giovani selezionato negli anni da Cristina Mazzavillani Muti e cresciuto alla versatilità in scena.
Info e prevendite: 0544 249244 – www.ravennafestival.org
Biglietti: posto unico numerato 12 euro (ridotto 10)
‘I giovani al festival’: fino 18 anni e universitari 5 euro
Micha van Hoecke a Ravenna Festival
Rossella Battisti conversa con il coreografo
La lunga marcia d’arte di Micha van Hoecke nei cartelloni di Ravenna Festival cominciò con una voce dietro le spalle. Micha stava effettuando una prova con il suo Ensemble alla Scala di Milano per l’Orfeo ed Euridice di Gluck. Pausa degli orchestrali, palcoscenico sgombro, danzatori attenti alle indicazioni che il coreografo belga-russo stava impartendo con la schiena rivolta alla platea. D’improvviso, la voce: “È molto interessante quello che sta dicendo”. Era il maestro Muti, giunto silenziosamente in sala. “Non è vero – continuò – che io non amo la danza: ma è questa la danza che amo. Devo farle conoscere mia moglie”. Due giorni dopo, Cristina Mazzavillani arrivò a teatro e chiese a van Hoecke di cominciare a collaborare per il Festival. “Mi disse – ricorda Micha – che aveva bisogno di persone come me perché il pubblico doveva avere la possibilità di vedere un artista e la sua evoluzione nel tempo. Una sfida per me inaspettata e stimolante”.
Dal 1990, con il debutto della Dante Symphonie presso la suggestiva Rocca Brancaleone a oggi, il nome del coreografo belga-russo è quasi sempre stato presente. Venticinque anni di incontri, collaborazioni, ricordi dai quali fatica a far sovrastare una memoria piuttosto che un’altra. “Il primo titolo che mi balza in mente è La muette de Portici, perché fu la prima opera lirica che ho messo in scena. Il cast era sterminato: 110 coristi, 10 ruoli per i cantanti, 40 ballerini… Una marea”. L’assaggio d’opera fu preludio per altri movimenti coreografici come ne I Pagliacci di Leoncavallo diretti da Muti con la regia di Liliana Cavani o un’altra regia lirica per Carmen di Bizet nel 2000, il Macbeth di Verdi nel 2004 e il Faust di Gounod l’anno successivo. Tra gli spettacoli più fortunati, nel 1992, ci fu il divertissement rossiniano Adieu à l’Italie con gli Swingle Singers. “Fu un successo incredibile – ricorda Micha –, con la gente che continuava ad applaudire a sipario ormai definitivamente calato”. Il record di repliche appartiene però a Maria Callas, la Voix des Choses, del 2003, portato anche all’estero.
Ho sempre sentito la danza come un canto interiore, una danza che si ascolta. Accolsi l’invito di Cristina Muti per un omaggio alla Callas per compiere un viaggio nel suo mondo. Che poi è il nostro mondo di danzatori, musicisti, cantanti, attori. Una stessa famiglia dove ognuno è troppo legato ai suoi binari per rendersi conto che arriviamo a un’unica destinazione, il palcoscenico. Io non mi ritengo semplicemente un coreografo, ma soprattutto uno che si esprime.  
Sempre a Ravenna, Micha ha incrociato i suoi passi con quelli di étoiles come Alessandra Ferri e Maximiliano Guerra (1998), ma anche con le arti marziali del campione Francesco De Donato nella Danse du sabre (2004) o l’organetto scatenato di Ambrogio Sparagna (Sinfonia per una taranta nel 2008). Sotto i riflettori del Festival anche i temi più intimi del coreografo: dal senso di Micha per il nomadismo (Pélerinage, 1997), all’omaggio alla sorella Marina, appena scomparsa, Claire-Obscure del 2010, meditazioni sulla vita e sulla morte con la partecipazione speciale di Luciana Savignano.
Un diario d’arte quello con Ravenna. Micha van Hoecke, perché lo definirebbe speciale?
Essendo un festival a tema, la mia sensazione è sentirmi utile. Mi chiedono di partecipare a un’idea e per me è uno sprone alla creatività. Quello che mi piace è il suo essere una fucina d’arte. Non solo una scuola per imparare quello che esiste ma anche per inventare il futuro, mettendosi in discussione. È la sua visione aperta. In questo momento viviamo in una società che va verso la decostruzione. Bisogna stare attenti a non buttare tutto. E bisogna tenere le porte aperte verso orizzonti nuovi.
Incontri speciali fatti in questi venticinque anni?
Innumerevoli. Ravenna è una bottega di artisti dove ho visto crescere tanti giovani come Chiara Muti. Mi piace la sua determinazione, la sua conoscenza musicale e letteraria da figlia d’arte. Non si imbarca facilmente in qualcosa perché è un po’ come il padre: studia e cerca il senso di quello che si fa. Ci sarebbero tanti altri nomi da fare, ma mi dispiacerebbe dimenticare alcuni. Non posso però non menzionare Roberto De Simone, dal quale è sfociata tutta la mia avventura con il Festival: fu lui a chiedermi le coreografie per l’Orfeo ed Euridice alla Scala, tramite le quali ho conosciuto Muti. Ricordo che c’era una certa frizione con il corpo di ballo scaligero perché avevo portato il mio Ensemble, ma non potevo fare altrimenti, il mio stile di miscelare gesto e danza richiede interpreti rodati. Oggi che il mio Ensemble si è sciolto, posso dire di aver ritrovato quello stesso spirito duttile e multidisciplinare nel gruppo dei DanzActori tirato su da Cristina. Con lei stessa ho collaborato benissimo anche per Odissea blu nel 1995) e per La Regina della Notte nel 2006.
Tra i molti nomi passati per i cartelloni ravennati, c’è qualcuno che l’ha colpita?
Amo molto Giovanni Sollima, con il quale peraltro non ho mai lavorato. Le ultime cose che ho sentito di lui mi hanno entusiasmato e commosso. Mi sembra una creatura uscita dal bosco, dove ha tagliato alberi e costruito uno strumento tutto suo che suona all’impazzata zan-zan-zan… Un satiro musicale! Mi piace tanto anche Misha Maisky, altro splendido violoncellista. Tra i miei colleghi coreografi citerei invece i Sankai Juku e Ohad Naharin, conosciuto tantissimi anni fa. Mi ha colpito molto anche un passo a due di Ratmansky, che sembra reincarnare uno spirito antico della danza russa.
Tornando alle parole di Cristina Mazzavillani ,“dare la possibilità al pubblico di vedere un artista e la sua evoluzione nel tempo”, come ritiene abbia influito il Festival sulla consapevolezza dei suoi spettatori?
Ha saputo creare una dimensione del vivere in una comunità dove la cultura ha un ruolo essenziale. Ha dato al pubblico la sensazione di ricevere un privilegio. Così la città si è arricchita di memorie non solo di quello che è successo socialmente o politicamente. Prima si facevano qui solo alcuni spettacoli estivi e oggi c’è un cartellone imponente. E l’aspetto più interessante è che l’equilibrio tra le esigenze di quello che le persone vorrebbero vedere e quello che non hanno mai visto è rimasto intatto, ma anche che, una volta assistito allo spettacolo, quello può diventare qualcosa che vogliono tornare a vedere.



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