Chiarimenti sui servizi per le donne vittime di violenza

L’assessora alla Lotta alla violenza e alla tratta sulle donne e sui minori, Susanna Zaccaria ha risposto questa mattina in sede di Question Time alle domande dei consiglieri Marco Piazza (Movimento 5 Stelle), Emily Clancy (Coalizione Civica) e Addolorata Palombo (Movimento 5 Stelle) sui servizi per le donne vittime di violenza

La domanda del consigliere comunale Piazza
“Visto l’articolo di stampa apparso in merito alla mancanza di servizi per le donne vittime di violenza si pone la seguente domanda di attualità: per conoscere il pensiero del Sindaco e della Giunta sul tema; per avere dall’Amministrazione una valutazione generale sulle tutele per le donne che hanno subito violenza nella nostra città alla luce del fatto che la situazione è drammatica e non ci sono tutele sufficienti”.

La domanda della consigliera comunale Clancy
“Viste le notizie relative ai numeri dell’accoglienza e degli interventi effettuati per l’anno 2017 dalla Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna e vista la denuncia da parte della stessa organizzazione della carenza di posti per gli interventi di accoglienza in alloggi protetti. Si chiede al Sindaco e alla Giunta: quali siano le loro valutazioni in merito; quali azioni intendano intraprendere sostenere l’indispensabile attività dei centri antiviolenza e della Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna”.

La domanda della consigliera comunale Palumbo
“Visto l’articolo di stampa apparso in merito all’allarme lanciato per la mancanza di servizi per le donne vittime di violenza si pone la seguente domanda di attualità per conoscere il pensiero del Sindaco e della Giunta sul tema. Per sapere dall’Amministrazione come pensa di risolvere il problema della mancanza di posti per l’accoglienza delle donne vittime di violenza così come evidenziato nell’articolo di stampa”.

La risposta dell’assessora Zaccaria
“Ringrazio tutti e tre per la domanda e per l’attenzione a questo argomento che per me, come sapete, è prioritario, ed è anche il mio ambito professionale da vent’anni e quindi rispondo molto volentieri. Dissento su una parte del punto di partenza, non siamo un territorio dove ci sono pochi servizi di accoglienza perché come servizi di accoglienza si intende complessivamente il tipo di risposta che si da’ e ricordo, anche se già lo sapete, lo avete appena detto, Casa delle Donne aiuta e sostiene circa 700 donne ogni anno, tra le donne già in carico e quelle che vi si rivolgono nel corso dell’anno. Ai servizi forniti da Casa delle Donne si aggiungono quelli delle altre tre associazioni (Mondodonna, Udi e Sos Donna) che sono le altre associazioni che hanno sottoscritto l’accordo metropolitano contro la violenza insieme al Comune di Bologna e ai Comuni dell’area metropolitana. Parliamo quindi di servizi di sostegno con incontri individuali e di gruppo, percorsi psicologici, percorsi di empowerment, di sostegno alla genitorialità, di supporto nella ricerca di lavoro e di assistenza legale.
Dov’è che è la carenza? Che è poi il dato che voi avete segnalato e che, vi assicuro, è un dato che c’è da quando ci sono le case rifugio, quante donne non siamo riuscite ad ospitare? Quest’anno si è deciso di darlo perché è giusto anche dare conto di cosa non si riesce a fare. Sono carenti i posti letto, quindi ci sono molti servizi che coprono bene il territorio e il numero di posti letto per abitante è basso, è molto basso se volessimo davvero applicare le direttive europee che parlano di un posto-nucleo (e per posto-nucleo si intende un posto con mamma e bambini, quindi non una persona) ogni 7500 abitanti.
Adesso vi dico che posti letto ci sono e poi vi dico che cosa stiamo cercando di fare. Intanto delle associazioni che vi ho detto, l’unica che ha le case rifugio e che offre ospitalità è Casa delle donne che copre non solo il territorio comunale ma, come vi dicevo, grazie all’accordo metropolitano, tutti i comuni dell’area metropolitana. Gestisce una casa rifugio di emergenza con nove posti letto, quando dico casa di emergenza intendo una casa in cui si entra tramite il pronto intervento sociale e le Forze dell’ordine in seguito ad una situazione di intervento, quindi una segnalazione di un assistente sociale, una pattuglia, con un evento in corso o comunque con un pericolo imminente o una situazione in cui una donna proprio non se la sente di stare a dormire a casa quella sera, e in questa casa si può stare per un periodo massimo di due mesi, per consentire una rotazione. L’ingresso nella rete dei servizi dopo, può consentire uno spostamento piuttosto rapido per liberare posti letto in quella casa. Poi ci sono tre case rifugio per un totale di 21 posti letto, qui si entra in modo un po’ più programmato, quindi sono quelle situazioni in cui c’è tempo di progettare l’uscita di casa di mamme e bambini in maniera un po’ più lontana da un episodio che avviene in emergenza. In questa casa si può stare per un periodo massimo di otto mesi. Lascio fuori volutamente il discorso sugli alloggi di transizione ma Casa delle Donne gestisce anche nove alloggi di transizione in cui si può stare fino a due anni, quindi per una copertura per un periodo in cui si può pensare proprio ad una uscita e ad un percorso che, anche se un po’ lungo, è coperto. Come dicevo il numero di posti è certamente inferiore alle necessità, come anche si vede da quel dato, quindi il Comune di Bologna insieme alla Città metropolitana e alla Casa delle Donne, ha partecipato al bando regionale della fine dello scorso anno, a fine 2017, che ha messo a disposizione dei finanziamenti per l’apertura di nuove case rifugio e aumento dei posti letto. Il nostro progetto ha vinto, è stato interamente finanziato, per 127 mila euro, sono iniziati subito i lavori su una nuova casa che ha altri 10 posti letto che probabilmente riusciremo ad inaugurare a breve, spero entro aprile. Perché si è scelta una casa di emergenza e non una casa rifugio di quelle a lunga permanenza? Perché chiaramente la rotazione più veloce consente un maggior numero di aiuti, quindi prima di aprire un’altra casa di quelle che consentono una permanenza per un periodo più lungo, viste le richieste, è chiaro che con questo tipo di struttura si riesce a dare una risposta, come dicevo, sull’immediatezza e sull’emergenza: è evidente che neanche questo sarà sufficiente e noi siamo continuamente alla ricerca di finanziamenti e progetti. Su questo lavora molto la rete, quando parlo di rete per l’ospitalità, non parlo solo delle associazioni perché, come vi dicevo, le altre tre non hanno posti letto ma parlo proprio di rete di ospitalità, di associazioni di tutti i tipi, chiunque abbia disponibilità di ospitare è in contatto con il Centro antiviolenza (questo succede già da anni) quindi chi non trova posto lì riesce comunque ad essere dirottata su altre strutture.
Questa è già una prima risposta, mi rendo conto che è parziale, però quando si mettono a disposizione finanziamenti l’ottica è proprio quella, perché sugli altri servizi delle grosse necessità di potenziamento fortunatamente non servono, perché il territorio è molto molto ben coperto, sia per quel che riguarda il nostro Comune ma sto parlando proprio dall’area metropolitana in generale, perché le associazioni di cui vi ho parlato hanno tutte dei referenti, degli sportelli, delle altre attività, ad esempio di consulenza legale come Udi. Per quello che riguarda la situazione giustizia, ci sarebbe da parlare una settimana, negli ultimi anni ci sono stati in molti miglioramenti per quello che riguarda l’ambito legislativo, quindi non è vero che non abbiamo una normativa adeguata, si può sempre fare meglio però non è un problema né di aumento di pene (per quello che penso io), né di strumenti, perché, negli anni, sono stati calibrati diversi strumenti. Dov’è che la risposta non è tempestiva? Non è che non c’è lo strumento, il problema è che bisogna dare una risposta tempestiva e quindi tirare fuori una donna di casa nel momento in cui a lei serve e non sei mesi dopo perché in sei mesi può succedere veramente di tutto. Nella risposta del sistema penale per cui la trafila che serve, dal fatto che il Pubblico Ministero si renda conto che è una situazione di estremo pericolo, faccia una richiesta di misure cautelari a un GIP che deve esaminarla in una marea di altre richieste, decida di applicarla, ebbene questi tempi sono troppo lunghi. Questo è il motivo per cui le associazioni cercano sempre di mandare un messaggio che non è strettamente e solo collegato alla denuncia denuncia (nel senso “vai dai carabinieri”) perché sappiamo che quella risposta non è sempre tempestiva. Il messaggio è “chiedi aiuto”, perché c’è il centro antiviolenza o le altre associazioni che, come dicevo, riescono a darti una risposta subito e a tirarti fuori di casa nel momento che serve, per evitare che la situazione degeneri troppo.
A Bologna vi posso dire che l’ordine di allontanamento e divieto di avvicinamento ad un uomo maltrattante viene dato in giornata dal giudice civile, come vi dicevo gli strumenti ci sono, bisogna saperli usare, ci vogliono delle formazioni specificate anche tra gli avvocati – questo lo devo dire, perché non tutti quelli che operano in questa materia sono sempre aggiornati, quindi anche questo, ci tengo a chiarirlo, gli esiti che sono stati dati in commissione, anche dalla relazione della senatrice Puglisi, sono esiti strettamente connessi al sistema penale e alle sue lentezze.
C’è un altro discorso che riguarda la tutela delle donne maltrattate in tribunale che non è solo una questione di tempistica ma di modalità, c’è una disapplicazione del decreto che tutela le vittime che hanno subito reati particolari, come questi, perché, e anche in questo caso la normativa c’è già ma viene applicata poco, perché ci sono molte forme di tutela che prevedono le modalità con cui dare le testimonianze durante i processi, il fatto che una donna che deve testimoniare contro il marito maltrattante non può farlo stando seduta a 5 centimetri da lui che la guarda, cercando ancora di intimorirla davanti al giudice, ci sono insomma tutta una serie di normative molto recenti di cui dobbiamo sforzarci di ottenere un’applicazione.
Cosa possiamo fare noi invece come amministrazione? La volontà di migliorare le prassi è alla base del protocollo che abbiamo sottoscritto l’anno scorso con tutte le agenzie che hanno un contatto con le donne, io mi sono sgolata, e lo faccio volentieri anche oggi, nel dire che quel protocollo è un protocollo operativo, non è un protocollo d’intenti in cui, quando ci vediamo tutti insieme gridiamo contro la violenza, è un protocollo che prevede degli incontri in cui le persone si siedono e, reciprocamente, oltre che dire uno all’altro cosa fa la propria agenzia (che è molto importante per tutti gli attori del territorio capire dove posso andare a parare quando la mia agenzia è in difficoltà a dare una risposta) ma anche il miglioramento concreto di prassi, vi posso dire per esempio che già al primo incontro del tavolo le associazioni hanno dialogato con i tribunali per trovare dei canali di comunicazione delle informazioni rispetto ai casi che loro trattano quando arrivano in tribunale perché il giudice abbia magari più informazioni, informazioni che risultano più attendibili perché sa che già qualcuno ha approfondito una serie di elementi. Quindi risultati concreti, senza aspettare ulteriori cambi della normativa per migliorare le prassi e per dare una risposta veloce in condizioni di sicurezza, in qualunque fase la donna si trovi della filiera del suo percorso di uscita dalla violenza. Spero di essere stata chiara”.



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