Con quale maggioranza nasce il governo

Le elezioni ci consegnano un parlamento senza maggioranza chiara. Nonostante l’affermazione di M5s (primo partito) e Lega (partito maggioritario della coalizione più votata), nessuno ha i numeri per governare da solo. Sarà quindi necessario trovare un accordo post-elettorale per dare vita a un esecutivo. Per settimane si sono rincorse ipotesi sulla formula politica più adatta per uscire dall’impasse: chi auspicava un governo del presidente, chi di scopo, chi ne prefigurava uno di larghe intese o ancora di unità nazionale. Opzioni a cui se ne possono aggiungere altre, più o meno fantasiose, tipiche del gergo parlamentare: dal governo tecnico a quello “a termine”, dal governissimo a quello istituzionale, dal governo di decantazione a quello balneare o di transizione.

Un governo non può essere “di scopo”, quando entra in carica deve occuparsi di tutte le questioni.

In molti casi si tratta di formule vuote, quando non addirittura del tutto scorrette. Ad esempio l’espressione di scopo lascia intendere che un governo possa essere vincolato ad un unico obiettivo, come la riforma della legge elettorale, senza occuparsi di nient’altro. Non è così naturalmente. Dal momento che un esecutivo entra in carica non solo può, ma deve affrontare tutte le questioni. Politiche economiche, sociali, migratorie, affari esteri: nessun ambito può essere precluso all’attività di un governo legittimamente in carica.

Altrettanto scorretta è l’espressione governo del presidente. Nel nostro sistema istituzionale tutti i governi sono di nomina presidenziale, sulla base dell’articolo 92 della costituzione:

(…) Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.
– Costituzione italiana, art. 92

Quindi è senza fondamento qualsiasi distinzione tra governi eletti dal popolo e governi nominati dal presidente della Repubblica, magari immaginando questi ultimi come attentati alla democrazia. Nei sistemi parlamentari le elezioni politiche determinano i rapporti di forza in parlamento. Il capo dello stato sceglie come presidente del consiglio chi ha più probabilità di formare una maggioranza di governo, sulla base dei numeri nelle due camere. Anche la previsione di candidati premier è una forzatura: il ruolo attribuito dalla costituzione al Quirinale è decisivo, soprattutto in assenza di una maggioranza chiara.
Nello scegliere il presidente del consiglio designato il capo dello stato deve identificare una figura che ritiene possa ottenere la fiducia del parlamento. Vai a “Il ruolo del presidente della repubblica nella nomina del governo”

Altra espressione fuorviante è quella di governo tecnico. In un sistema parlamentare tutti i governi sono politici perché per entrare in carica hanno bisogno della fiducia del parlamento. Quindi per quanto i ministri possano non essere dei politici di professione, la maggioranza che li sostiene è necessariamente politica.

Sulla base di questi punti fermi, le opzioni per formare una maggioranza di governo sono molte meno di quelle ipotizzate finora. Proviamo a spiegare quelle più significative, anche guardando ai precedenti storici.

61 governi formati in 17 legislature

Le maggioranze attorno alla Dc nella prima Repubblica

Con il sistema proporzionale della prima Repubblica, le coalizioni erano imperniate intorno al partito di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana. Gli alleati di governo cambiavano in base alla fase politica, che segnava il colore politico delle maggioranze: centriste negli anni ’50, di centrosinistra negli anni ’60, pentapartito negli anni ’80. Quando per varie ragioni non era possibile formalizzare un accordo di governo, si ricorreva al governo di minoranza, cioè un esecutivo che si regge sulla fiducia esplicita di una minoranza di parlamentari. Anche se raro quindi, non sarebbe una soluzione inedita per il parlamento italiano. Nella prima Repubblica è successo a 6 governi di entrare in carica senza disporre della maggioranza assoluta in nessuna delle due camere, reggendosi sull’astensione o l’assenza di un numero decisivo di parlamentari. Spesso si trattava di governi monocolore, composti solo da esponenti democristiani, destinati a durare meno di un anno e a gestire momenti di transizione, specialmente post-elettorali. Quindi una soluzione inserita in un preciso sistema politico, non necessariamente replicabile oggi. In ogni caso non avere una maggioranza esplicita impone di averne una implicita: per varare un simile governo serve che un certo numero di parlamentari si astenga o abbandoni l’aula. Comportamenti che devono essere concordati, e che presuppongono di fatto un accordo politico.

Come funzionavano i governi di minoranza
nella prima Repubblica.
Il bipolarismo nella seconda Repubblica

Il formato della competizione elettorale nella seconda Repubblica era bipolare. Due coalizioni di centrodestra e centrosinistra, in alcune fasi onnicomprensive della rispettiva area politica, si contendevano alternativamente la guida del paese con un proprio candidato premier dichiarato in precedenza e un programma comune. L’esito delle elezioni, con il sistema maggioritario, erano governi di coalizione che – almeno all’inizio della legislatura – rispecchiavano l’alleanza stabilita prima delle elezioni. Quella fase politica si è interrotta prima con il governo Monti, con la convergenza di Pd, Pdl e centristi nella stessa maggioranza. Successivamente, l’emergere di un terzo attore nelle elezioni 2013 (il M5s) ha archiviato la logica bipolare della seconda Repubblica.
Le larghe intese e la fase di transizione (2011-2018)

Il governo Monti è stato uno spartiacque nell’archiviazione della fase storica precedente. In primo luogo, dimostra come i confini tra le formule siano sfumati, e spesso fuorvianti. È passato alle cronache come governo tecnico per la composizione dei suoi ministri, ma come abbiamo già visto questa definizione è in parte scorretta. Inoltre aveva elementi sia del governo di unità nazionale (nato in una situazione di emergenza, raccoglieva un consenso quasi totale nelle camere), sia di quello di larghe intese (per la convergenza di destra e sinistra parlamentare su un programma comune di riforme). Una formula, quest’ultima, che è stata replicata anche nella XVII legislatura. La legislatura che si è appena conclusa, dopo il tentativo fallito di Bersani di formare un governo di minoranza, è stata avviata da un governo di larghe intese (o grande coalizione) guidato da Enrico Letta (Pd) e composto da ministri democratici, del Pdl e centristi. In questo tipo di esecutivi i contraenti sono solitamente i due partiti maggiori (o comunque due schieramenti diversi), contrapposti alle elezioni, che si accordano per superare una situazione di ingovernabilità. La scissione del Pdl in Forza Italia e Nuovo centrodestra ha reso la situazione più spuria, dal momento che uno dei due maggiori contraenti era uscito dall’accordo di governo. Ma il sistema politico di questi anni è stato dominato da coalizioni con il Pd nel ruolo di partito pivotale della maggioranza di governo. Questa fase politica si è conclusa con le elezioni di domenica, e ora resta da capire quale tipo di maggioranza si profilerà.

Nelle prossime settimane saranno le trattative tra partiti e le scelte del capo dello stato a determinare verso quale soluzione andrà il paese. Quello che si può già dire è che il governo che ne uscirà, qualunque sia la formula, sarà sorretto da una maggioranza politica e i suoi unici limiti saranno quelli previsti dalla costituzione e dalle leggi.



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