Dialoghi di Estetica. Parola a Matteo Capobianco

Matteo Capobianco, in arte Ufocinque, lavora al confine tra Street Art, design e scenografia. Con le sue installazioni di carta indaga il rapporto tra livelli materiali e possibilità interpretative; tra forma, funzione e trasformazioni dello spazio espositivo. In questo dialogo abbiamo considerato alcuni aspetti della sua poetica: la dimensione progettuale, le possibilità offerte dall’economia dei mezzi e dei materiali, l’attenzione per il contesto, la trasversalità operativa che la caratterizza.

Con le tue installazioni cartacee intervieni nello spazio senza però fare a meno di lavorare sulle immagini, conservando comunque un profondo legame con la bidimensionalità. Come lo spiegheresti questo legame?
Lavoro certamente in termini tridimensionali, ragionando però sulle stratificazioni che posso ottenere sommando i piani bidimensionali. All’inizio c’è sempre una “lettura” dello spazio: lo studio, mi inserisco in esso, cerco di vedere le dimensioni che potrà avere il mio intervento. Dopo questa indagine, lavoro anzitutto su una scomposizione dello spazio in piani. In questo modo si conserva anche il lavoro sull’immagine.

Come riesci a ottenere questo risultato?
Ragiono in gran parte immaginando di poter rappresentare la convergenza tra un piano bidimensionale astratto e una figura tridimensionale. Ogni singolo piano lo considero a partire dalla bidimensionalità. Quello che poi realizzo nello spazio sarà possibile solo superandola.

Qual è il tuo punto di partenza per arrivare a questo superamento?
Direi la sfida. Perché nasce con il tentativo di stabilire un ordine, di individuare quali siano le regole per procedere e capire in che direzione andare. Non sono attratto dalla tela bianca o dalla semplice possibilità di occupare in qualche modo uno spazio. Il primo passo per superare la bidimensionalità è capire come riuscire a farlo. È costruire passo dopo passo l’opera mettendo dei “paletti” al mio lavoro.
Che cosa sono questi “paletti”?
Sono qualcosa di inevitabile per me. Punti fermi che appartengono all’arte e, in fin dei conti, alla progettazione. Quei paletti sono essenziali per progettare il lavoro, ma sono altrettanto importanti perché questo possa svilupparsi superandoli. È un po’ come stabilire dei confini e all’occorrenza superarli accorgendosi poi che si sta ampliando un perimetro.

Consideriamo il tuo lavoro sulla carta, come si sviluppa in termini pratici?
In gran parte, in maniera automatica. Il primo passo è sempre il progetto. C’è un’idea, la elaboro in qualche modo, la sviluppo. Scelgo e organizzo i materiali. Mi concentro sul contesto dove andrò a operare… la progettazione è rigorosissima. Ma al momento della realizzazione il lavoro può anche essere guidato dalla pura istintività. Per esempio, l’intaglio delle carte può prendere anche direzioni diverse rispetto al primo abbozzo, a quella immagine che mi ero prefigurato.

Che rapporto c’è tra il progetto e la realizzazione pratica del lavoro?
Se posso usare un’immagine per risponderti, è un po’ come se avessimo dell’acqua che inizia a scorrere all’interno di un fossato che è stato tracciato molto bene e che poi, una volta incanalata, scorre in tutta la sua energia in direzione di una certa meta. Tornando al mio lavoro, nella fase di ritaglio si libera appunto una energia artistica che è orientata dalla progettazione ma non è necessariamente vincolata da essa.

Segui un principio di economia dei mezzi.
Assolutamente. Ma si tratta anche di una economia dei materiali. Per me è fondamentale poter fare molto servendomi dell’essenziale. Si tratta di cercare continuamente di modulare il mio intervento, di seguire il più possibile in che modo esso andrà a impattare nel contesto in cui inserisco i materiali. Spesso si pensa che per fare grandi cose sia necessario aggiungere molto. Per me vale il contrario. Il risultato può essere raggiunto evitando di sprecare i materiali e scegliendo con molta attenzione come intervenire nel contesto



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