Elizabeth STROUT. Mi chiamo Lucy Barton. Torino, Einaudi, 2016.- 158 p. (90)

New York. E’ notte. Fuori dalla finestra le luci del grattacielo Chrysler illuminano il buio.
In una stanza d’ospedale due donne, madre e figlia, cercano lentamente e faticosamente di riallacciare un rapporto, di ritrovarsi dopo che anni di sofferenze e privazioni le hanno allontanate. Una, la Lucy del titolo, è ricoverata per le complicazioni di una banale operazione, l’altra, sua madre, è apparsa improvvisamente al suo capezzale e rimane lì seduta, senza apparentemente dormire mai, per cinque giorni e cinque notti, fino a quando la figlia ha bisogno di lei.
Le donne, dopo un iniziale imbarazzo, parlano: la madre rievoca vicende di vecchie conoscenze, di personaggi della loro vita passata, nella cittadina rurale dell’Illinois; Lucy, seguendo quelle chiacchiere, riannoda i fili del proprio passato e ritorna così alla sua infanzia, fatta di privazioni, di freddo, di carenza d’amore, alla sua fuga dalla problematica famiglia da cui non si sentiva amata, agli studi universitari, fino al suo presente di scrittrice, donna sposata e madre di due bambine.
La Strout, già premiata con il Pulitzer (2009) per la sua raccolta di racconti Olive Kitteridge, in questo romanzo intenso, profondo e coinvolgente, che scende nelle profondità dell’animo umano, è bravissima nell’esprimere il disperato bisogno che ha una figlia di sentire l’affetto e la vicinanza della propria madre e nel farci  intuire il grumo di sofferenza che si cela dietro il non detto tra una madre ed una figlia: le loro chiacchiere sugli altri non sono che un modo per non parlare di sé e del loro dolore.
“Un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi. Offre una rara varietà di emozioni, dal dolore più profondo fino alla pura gioia” New York Times.
Di Elizabeth Strout, oltre ad Olive Kitteridge in italiano si possono leggere i romanzi Amy e Isabelle, Resta con me e I ragazzi Burgess.
Luciana Galizia



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