Femminicida e dintorni

di Maria Araceli Meluzzi

Osservando un uomo in divisa si ha spesso la sensazione di sentirsi protetti e sicuri a prescindere. Sebbene questo ci infondi un senso di protezione e tutela da ogni male, non bisogna dimenticare che sotto quella sorta di corazza ci sia pur sempre un uomo. Luigi Capasso, il carabiniere di Cisterna di Latina che ridusse in fin di vita la moglie Antonietta Gargiulo e freddò le due figlie di sette e tredici anni per poi togliersi la vita, incarna perfettamente il prototipo di uomo protettore che improvvisamente si spoglia di ogni sua virtù per poi crollare in tutta la sua fragilità. Il quesito che sorge spontaneo riguarda fondamentalmente la definizione dei contorni che si celano dietro questo drammatico evento: grave mancanza da divisa, avendo abusato di quella pistola d’ordinanza per compiere la strage, oppure l’ennesimo sfogo di un marito violento e aggressivo che sfocia in tragedia? Come molte donne compagne, mogli o amanti vittima di violenza da parte del proprio compagno, risulta che in passato Antonietta Gargiulo già avesse presentato esposto in Questura ma senza mai arrivare alla denuncia, forse per timore che quella tensione potesse tramutarsi in una paura ancora più ostile nei confronti di un uomo che infondo probabilmente si ama e che, padre delle proprie figlie, mai ci si immaginerebbe rivoltarglisi contro. Proprio per questo c’è da dire che molti sono gli aspetti che essenzialmente concernono più la coppia che il singolo fatto isolato. Si finisce spesso col non avere la capacità e la freddezza di guardare in faccia i problemi effettivi di questioni irrisolte del proprio nucleo familiare per poi scaturire in un’esasperazione tale da causare un fenomeno ancora più tragico che vede addirittura, come in questo caso, lo sterminio brutale di un omicidio-suicidio.

È probabile dunque che dietro il fatto che un uomo uccida si celi la manifestazione di un fenomeno ancora più esteso fatto di responsabilità ed omissioni. La volontà di poter in qualche modo ristabilire un ordine palesa un progetto riparatorio che non c’è più e l’esasperazione di una situazione che non ha più ragione di essere. Come nel caso del carabiniere di Cisterna di Latina, spesso dietro il femminicida coesistono diverse forme di aggressività. La prima sicuramente è quella che si palesa all’esterno ben visibile. In questo caso, ad esempio, il fatto che la moglie del Carabiniere, a seguito della separazione in corso, avesse già denunciato il suo comportamento violento ed aggressivo alla famiglia come al parroco nonché avesse già chiesto l’aiuto dei servizi sociali per le bambine tanto quanto si fosse mobilitata per mettere al corrente il comandante della Caserma dove il marito prestava servizio. Insomma una serie di atteggiamenti che senz’altro portano all’esaltazione di una situazione già di per sé delicata e che invece va affrontata con cautela e piuttosto con un valido supporto psicologico di entrambi. L’altro tipo di violenza che si nasconde dietro questo tipo di raptus è poi l’autoaggressività introversiva di un uomo che finisce addirittura con l’uccidere le proprie figlie e poi se stesso esplodendo in tutta la sua disperazione di uomo davvero fragile. Ma addirittura facendolo con un piano preordinato che vede egoisticamente la distruzione totale del suo mondo e il controllo maniacale della situazione, avendo persino lasciato tutto predisposto sul piano finanziario per l’organizzazione dei funerali nonché una somma di denaro che spunterebbe ad ultimo destinata ad un’amante con cui Capasso avrebbe tradito in passato la moglie. In definitiva un delitto complesso i cui risvolti sembrano davvero agghiaccianti.

Il dato sconcertante che ci lasciano questi episodi, secondo alcune fonti statistiche, ci conferma che il maschio fragile che uccide è rappresentato da circa un femminicidio ogni tre giorni. L’80% realizzato da uomini che hanno percepito l’irreparabilità di un abbandono femminile e che nella stragrande maggioranza dei casi hanno provocato ed evocato con comportamenti irresponsabili, soprattutto da quando la separazione è apparsa definitiva ed ineluttabile.

Come ben si vede è un bel ginepraio cui non servono leggi ancora più severe, fosse anche la pena di morte, visto che il femminicida talvolta finisce con il suicidarsi o cercare di farlo. Se volessimo dunque prevenire, è necessario diagnosticarne alcuni tipici tratti: incapacità di elaborare la separazione, depressione abbandonica e frequentemente un vissuto infantile ed adolescenziale in cui non si sono sperimentate quelle relazioni di attaccamento a base sicura, come con la madre o con le figure femminili d’infanzia e giovinezza. Insomma spesso in questi casi si uccide immaginariamente una madre tradita ma indispensabile per cui paradossalmente si decide di rompere il laccio di un legame malato.



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