La necessità di un reddito di base oltre gli spot e i bluff elettorali

Da anni lo sosteniamo ed il voto del 4 marzo lo ha confermato: la questione del reddito è centrale ed è diventato il terreno di battaglia politica. Bene che se ne parli ma anche l’ultima campagna elettorale è stata l’ennesima occasione persa per affrontare seriamente il tema del reddito extra lavoro, del basic income. A parte qualche sparata a inizio campagna da parte di Berlusconi e qualche timido accenno nei programmi di PAP e LeU, il Movimento 5 Stelle ha ribadito – più o meno convintamente – il proprio impegno a realizzare un reddito di cittadinanza. Ma cos’è il reddito di cittadinanza sostenuto dal movimento di Grillo? Intanto un’ambiguità, visto che sarebbe più corretto definirlo reddito minimo.
Facendo nostra la tesi sostenuta, fra gli altri, dal giornalista Roberto Ciccarelli (prossimo nostro ospite a Livorno) pensiamo che il reddito di cittadinanza grillino più che un nuovo modello di welfare sia il disegno di un nuovo regime di workfare, ovvero un modello autoritario neoliberista di sussidio erogato in cambio di un qualsiasi lavoro accettato e praticato dal precario, dal povero e dal disoccupato. Qualcosa di paragonabile ai già praticati Lavori socialmente Utili. Una sorta di Reddito di inclusione sociale (REI) ma con una platea ben più ampia di quella a cui è stato indirizzato il provvedimento proposto dal recente Governo Gentiloni-Renzi. Insomma nessuna novità quindi, nessuna rivoluzione da parte del Movimento 5 stelle, tutt’altro. Ed è comunque probabile che qualora Di Maio e soci si trovassero alla guida del Governo questo stesso progetto minimo potrebbe essere rivisto e/o sacrificato.
Detto questo ben venga un reddito minimo garantito concepito come una misura graduale, un primo passo verso un reddito di base garantito come attribuzione di un vero e proprio nuovo diritto sociale fondamentale all’esistenza degna.
Ma anche laddove questo reddito minimo di cittadinanza viene sbandierato dal movimento 5 stelle come buona pratica di governo ci troviamo di fronte all’ennesima campagna di marketing politico. Non è la prima volta che lo diciamo e scriviamo: quello che i grillini spacciano di fare a Livorno non è reddito di cittadinanza. Il cosiddetto reddito di cittadinanza che Nogarin ha tirato fuori dal cilindro è funzionale alla propaganda ed è servito soprattutto per il piano sovralocale (vedi le campagne elettorali per i Comuni di Roma e Torino nel 2016 e in parte anche per le recenti politiche nazionali). Del resto la necessaria scelta per un reddito minimo di base deve trovare una legislazione nazionale (sarebbe meglio europea), altrimenti si tratta davvero di ben poca cosa.
Ce lo dicono i numeri a Livorno: a bilancio sono stati stanziati 282mila euro per il reddito di cittadinanza 2018 (importo inferiore rispetto ai due anni precedenti) che dovrebbero permettere a circa 250 persone di beneficiare di una somma mensile compresa tra 80 e 220 euro a seconda della composizione del nucleo familiare per 9 mesi al massimo. Chiaro, meglio di niente. Però anche negli anni prima dell’avvento di Nogarin c’erano altre forme di sostegno al reddito, in primis le social card. Certo è assolutamente vero che i trasferimenti statali e regionali al Comune siano notevolmente calati negli ultimi 10 anni. Queste cifre – e quindi la reale portata del cosiddetto reddito di cittadinanza- le leggiamo direttamente dal Blog delle Stelle. Cosa dovremmo pensare davanti allo stesso Nogarin che esalta un “modello per il governo” in grado, secondo lui, di “rispondere al malessere profondo della società” se non di trovarci al cospetto di uno spot elettorale, utile per la propaganda pentastellata e ben lontano da essere una proposta strutturata e organica, di sistema.
Troppo flebili, ancora, le voci a sostegno di un reddito di base universale, individuale, incondizionato (cioè sganciato dal ricatto del lavoro a tutti i costi) che utilizzi la leva normativa, su base costituzionale, per definire livelli essenziali delle prestazioni sociali per alzare verso l’alto della tutela della dignità umana le garanzie di base attorno alle quali costruire un nuovo modello di welfare. Una misura, fra l’altro, che più volte l’Unione Europea ha raccomandato e suggerito all’Italia, fanalino di coda assieme alla Grecia su questo tema.
E, a scanso di equivoci, ci riferiamo a un reddito associato al diritto di esistenza e di sopravvivenza, quindi reddito primario e come tale da non considerarsi come un mero intervento assistenziale. Un reddito che integri e si affianchi a quello proveniente da lavoro. Perché se è vero che il lavoro non sparirà, è altrettanto vero che sempre meno il lavoro sarà sufficiente e in grado di assicurare sicurezze sociali minime. Siamo in ritardo ma possiamo ancora correre ai ripari.

Stefano Romboli – Direttivo Buongiorno Livorno



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